• Mobilità e TFR
    Gennaro Bellizzi | CCIAA di Cosenza | [email protected]

    Il dipendente (regime TFR) trasferitosi per mobilità volontaria da un Comune ad una Camera di Commercio ha diritto a percepire direttamente dall'INPDAP la quota di TFR maturata, oppure il medesimo istituto è obbligato a trasferire quanto maturato all'ente camerale?

    La liquidazione dei trattamenti di fine servizio, comunque denominati, presuppone, in ogni casol’estinzione del rapporto di lavoro.

    Ne consegue che non è mai possibile procedere alla liquidazione di un trattamento di fine servizio, comunque denominato, in presenza di vicende modificative del rapporto di lavoro che non comportino la sua estinzione: ne è un esempio proprio la mobilità volontaria o d’ufficiovicenda che si caratterizza per la continuità del rapporto di lavoro (non a caso, l’art.30 del d.lgs.165/2001, a proposito della mobilità, parla di cessione del contratto di lavoro).

    Se l’estinzione del rapporto di lavoro è condizione assolutamente necessaria per la liquidazione dei trattamenti di fine servizio, essa non è, tuttavia, condizione sempre sufficiente: in base a quanto chiarito dalla Corte di Cassazione (sentenza Sez. Lav. n.14632 del 28.12.1999),  oltre alla risoluzione del rapporto di lavoro (comunque necessaria) è necessario un ulteriore presupposto, la risoluzione del cosiddetto rapporto previdenziale che  è autonomo rispetto al rapporto di lavoro e si instaura non tra il dipendente e l’Ente datore di lavoro, ma tra il dipendente e l’Istituto previdenziale. 

    Con riferimento al vostro quesito, l’ex INPDAP non può dunque procedere alla liquidazione del TFR al dipendente interessato perché, trattandosi di personale transitato per mobilità,  non si è mai verificata la risoluzione del rapporto di lavoro (il che rende del tutto irrilevante che si sia comunque verificata la risoluzione del rapporto previdenziale, prima intercorrente con l’Inpdap e ora con la CCIAA). L’ex INPDAP deve invece trasferire alla CCIAA le risorse corrispondenti al TFR maturato dal dipendente per il periodo di servizio svolto presso il Comune.

    Per ulteriori approfondimenti, si rinvia alla circolare INPDAP n.30/2002.

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  • Abbonamento trasporti
    Alberto Bacciaglia | CCIAA di Pesaro | [email protected]

    Questa Camera ha sottoscritto una convenzione con la società di trasporti pubblica locale, in base alla quale il costo dell'abbonamento autobus viene per il 30% sostenuto dalla Camera, per il 20% è a carico della società di trasporti e per il restante 50% a carico del dipendente (con trattenuta mensile in busta paga).
    Vorrei sapere se è corretto computare questo importo ai fini
    dell'applicazione dell'art.51 del TUIR (con tassazione del fringe benefit se superiore a € 258,23)
    L'importo da tenere in considerazione è solo quello che la Camera sostiene (30% dell'abbonamento) o deve ricomprendere anche la quota della società di trasporti (in questo modo si computa l'intero beneficio che ne trae il dipendente)?

    Fatto salvo quanto si dirà più avanti circa i potenziali pericoli della vostra scelta, il benefit  indicato deve essere considerato, ai fini fiscali, quale reddito da lavoro dipendente (è assimilabile alla retribuzione) ed è certamente soggetto alle previsioni dell’art.51 del TUIR   (detto per inciso, in base a quanto previsto dal comma 3 dello stesso articolo 51, concorre a formare il reddito l’intero importo e non la sola parte eccedente €258,23).

    Quanto alla somma da tenere in considerazione, saremmo orientati a ritenere che  debba essere solo quella effettivamente erogata dalla Camera (pari al 30% dell'abbonamento) e non anche quella a carico  della società di trasporti, perché quest’ultima somma, non essendo corrisposta dal datore di lavoro, non sembra assimilabile a reddito da lavoro dipendente (ma, su questo aspetto, vi consigliamo di acquisire anche il parere dell’Agenzia delle Entrate territorialmente competente). 

    Detto questo, riteniamo anche utile evidenziare, però, che il vero problema è un altro:  nutriamo infatti seri dubbi sulla liceità della erogazione in questione, perché, per quanto ci risulta,  il benefit in esame non è previsto né dalla legge né dal CCNL e sembra quindi erogato in violazione dell'art.2, comma 3 del d.lgs.165/2001 ("... l'attribuzione di trattamenti economici può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi ... o, alle condizioni (da questi) previste, mediante contratti individuali... "; naturalmente, considerate le peculiarità della contrattazione collettiva pubblica, dove il contratto integrativo può fare solo ciò che espressamente gli consente il CCNL, eventuali previsioni in materia del contratto integrativo sarebbero nulle ex art.40 comma 3-bis stesso d.lgs. e non potrebbero essere applicate); anche se ci fosse stata, in anni passati, qualche norma che ne avesse consentito l'erogazione, sarebbe stata superata dall'art.69, comma 1 ultimo periodo d.lgs.165/2001 perché manca la relativa conferma nel CCNL; anche se si trattasse di somme di modestissima entità, si tratterebbe comunque di "regalie" non previste da nessuna norma (e, dunque, con possibili profili di danno erariale).

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  • Assegni per nuovo matrimonio
    Giulio Spinelli | Provincia di Modena | [email protected]

    Un dipendente, già divorziato con 2 figli minori affidati e con lui
    conviventi, ha contratto nuovo matrimonio. Come deve considerarsi tale nucleo famigliare ai fini A.N.F. ( Assegno Nucleo Famigliare)? Dipendente-unico genitore- con 2 figli con applicazione tabella 12 oppure dipendente+nuovo coniuge+2 figli, con applicazione tabella 11?

    Si rinvia a quanto precisato sull’argomento dall’INPS nella circolare 48/1992 (punto 3) e all’art.2, comma 6  del DL69/1988 (convertito in L.153/1988).

    In particolare, si evidenzia che, con riferimento al nuovo matrimonio del coniuge affidatario divorziato, l’Inps ha chiarito che “… con il matrimonio il coniuge affidatario costituisce, insieme ai figli affidatigli, un nuovo nucleo che può  divenire oggetto della tutela prevista al 6 comma dell'art. 2 della legge n. 153/1988, laddove stabilisce che  del nucleo fanno parte, in virtù delle norme di equiparazione, i figli nati da precedente matrimonio di uno dei coniugi.”

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  • Retribuzione di posizione
    Marisa Gatto | Comune | [email protected]

    La retribuzione di posizione di un responsabile di posizione
    organizzativa di un ente locale deve essere indicata in quota a oppure b?

    La questione è stata a suo tempo chiarita dall’Inpdap con la circolare n.51 del 28.11.2000, nella quale si precisa che devono essere valutate in quota A del trattamento di quiescenza sia la retribuzione di posizione del personale con qualifica dirigenziale (v. pagina 2 e  tabella a pag.3 della circolare), sia la retribuzione di posizione del personale incaricato di posizione organizzativa (v. pag.5 e  tabella a pagina 7 della stessa circolare).

    Deve invece essere valutata in quota B la retribuzione di risultato (v. stesse pagine e tabelle della richiamata circolare).

    Naturalmente, quanto sopra specificato vale solo per il personale in regime retributivo o misto.    

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  • Sospensione e contributi
    Lucia Bontempi | Consorzio Comuni Bim di Valle Camonica | [email protected]

    Un dipendente di un Comune è stato colpito da misura restrittiva della libertà personale e dal giorno della carcerazione gli viene corrisposta l'indennità prevista dal comma 7 art. 5 CCNL 11/04/2008.
    Si chiede cortesemente come trattare tale indennità dal punto di vista previdenziale e assistenziale ma aanche dal punto di vista fiscale (redditi assimilati a lavoro dipendente art. 50 T.U. lettere ? (i?) - detrazioni? Assoggettamento a IRAP?)
    Si ringrazia sentitamente sin d'ora per la cortese collaborazione.

    Riportiamo alcune sentenze che pensiamo possano risultare utili per risolvere, almeno in parte, i vostri problemi:

    •                      Consiglio Stato , sez. IV, 29 gennaio 1996, n. 65: “L'assegno alimentare corrisposto durante il periodo di sospensione cautelare dal servizio non è ripetibile nel caso di risoluzione retroattiva del rapporto di impiego, non avendo l'assegno natura retributiva, ma assistenziale, siccome destinato a far fronte alle esigenze di vita del dipendente privato della retribuzione”.

    •          Consiglio Stato, sez. IV, 24 gennaio 1990, n. 37: “L'assegno alimentare corrisposto, ai sensi dell'art. 82 d.P.R. 10 gennaio 1957 n. 3 all'impiegato sospeso cautelarmente dal servizio, non ha natura retributiva e non è, pertanto assoggettabile a ritenute previdenziali.”

    E’ vero che dette sentenze riguardano l’assegno alimentare a suo tempo previsto dal TU n.3/1957 ma, a nostro avviso, esse stabiliscono principi applicabili anche all’analoga indennità oggi prevista dal CCNL.

    Quanto al regime fiscale, dovrebbe trattarsi di redditi assimilati a lavoro dipendente ex art.50, comma 1 lettera i) del T.U.I.R.; questo perché l’assegno è corrisposto con cadenza periodica e, come tale, è assimilabile al pagamento di una retribuzione; tuttavia, su questo aspetto vi consigliamo di acquisire anche il parere dell’Agenzia delle Entrate territorialmente competente.

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  • Trattamento economico
    Sandro Di Giuseppe | Comune | [email protected]

    L'art. 71 c.1. della legge 133/08 nello stabilire la decurtazione per i periodi di assenza dal lavoro per malattia, fa salvo i casi di assenza per malattia dovute ad infortunio sil lavoro, a causa di servizio ecc.-

    Premesso che l' Ente è già in possesso di certificazione ufficiale di riconoscimento di malattia da causa di servizio (confermata dal Comitato di Verifica di Roma e già liquidata ai fini dell'equo indennizzo) , su chi incombe l'onere di certificazione ai fini della prova di una malattia attuale riconducibile a quella già riconosciuta atteso che la legge nulla dice al riguardo? Nel particolare potrà mai il medico di fiducia provvedere a tale certificazione ovvero sarà la P.A. ad effettuare verifica degli atti in suo possesso anche al fine di evitare istanza di visita medico - legale - fiscale come per' altro sembra desumersi da alcune circolari della Funzione Pubblica?
    Si ringrazia

    Riteniamo che il vostro problema possa essere risolto alla luce delle indicazioni fornite dal Dipartimento della Funzione Pubblica nel parere 2/2010 (facilmente reperibile sul sito del Dipartimento), nel quale, a proposito dei casi di esclusione dall’obbligo di reperibilità (tra i quali proprio quello delle malattie derivanti da causa di servizio), si legge (pagina 2):

    “Le ipotesi di esclusione sono quindi motivate da un’esigenza di economicità dell’azione amministrativa; infatti, mediante la norma si evita una duplicazione di attività, lì dove unaccertamento è stato già effettuato ovvero una conoscenza già acquisita, e si evitano accessi aldomicilio o appuntamenti ambulatoriali infruttuosi ….
    Per quanto riguarda i casi di cui al comma 1 dell’art. 2 del decreto ministeriale,l’amministrazione può riconoscere la sussistenza del regime di esenzione solo quando la stessa è inpossesso della necessaria documentazione formale, consistente nella documentazione relativa allacausa di servizio, all’accertamento legale dell’invalidità, alla denuncia di infortunio e nel certificatodi malattia che giustifica l’assenza dal servizio e che indica la causa di esenzione”.
    Pertanto, è il certificato medico a dover indicare la riconducibilità delle singole assenze alla malattia per la quale è stata già riconosciuta la causa di servizio.  
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  • Trattenuta su personale in regime di TFR
    Lucia Menzione | Fondazione I.R.C.C.S istituto nazionale tumori milano | [email protected]

    Perchè il personale assunto da gennaio 2001 in TFR continua ad avere la trattenuta del 2,5 come chi è in TFS?

    Si ringrazia per la cortese risposta

    Abbiamo l’impressione che ci sia un equivoco: l’applicazione della disciplina del TFR, secondo le regole del Codice civile, comporta che i re­lativi oneri debbano essere assunti a carico esclusivo del datore di lavoro; di conseguenza, la rivalsa a carico del dipendente pari al 2,50%(applicata, peraltro, al solo personale iscritto alle gestioni Inpdap) non è più applicabile né al personale assunto a decorrere dall’1.1.2001 né al personale assunto in regime di TFS che opti per il passaggio al TFR.

    Quanto sopra trova puntuale conferma nelle espresse previsioni dell’art.6 del CCNQ del 29.7.1999 e dell’art.1 delDPCM 20.12.1999 (di attuazione della L.335/1995) che hanno modificato la previgente regolamentazione della indennità di fine servizio sopprimendo la citata rivalsa del 2.5%.
    L’eliminazione del contributo non determina, in ogni caso, effetti sulla retribuzione impo­nibile ai fini Irpef. Dovendo essere assicurata, infatti, la invarianza dellaretribuzione com­plessiva nettae di quella utile ai fini previdenziali, la retribuzione lorda viene ridefìnita attra­verso una riduzione per un ammontare pari al contributo eliminato e una contestuale ste­rilizzazione della decurtazione mediante un corrispondente incremento figurativo ai fini previdenziali, ad ogni fine contrattuale nonché per la determinazione della massa salariale utile per i rinnovi dei contratti collettivi di lavoro (v. art.6 CCNQ e art.1 DPCM citati).
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  • Permessi ex legge 104
    Elsa Albanese | Comunità Montana | [email protected]

    Nel mio ente c'è un collega che ha gravi motivi di salute e usufruisce dei permessi di cui alla legge 104 - il dipendente si trova attualmente in posizione di malattia è ha superato il limite dei 270 gg di malattia - ha fatto richiesta di visita medico-collegiale per essere posto in quiescenza siccome ancora non e stato chiamato a visita e per i motivi di salute non può rientrare in servizio la trattenuta del 10% deve essere fatta?

    Il CCNL non stabilisce nessuna eccezione per il caso da voi sommariamente descritto; il fatto che l’assenza per malattia riguardi una persona affetta da handicap grave e/ o in attesa di convocazione per la visita medica collegiale non impedisce, di per sé, l’applicazione della decurtazione del trattamento economico prevista dal CCNL dopo i primi nove mesi di assenza per malattia.

    Il CCNL stabilisce un trattamento di miglior favore solo per i casi indicati nell’art.21, comma 7-bis del CCNL 6.7.1995 e successive modifiche (patologie gravi che richiedano terapie salvavita) e per i casi disciplinati dall’art.22 dello stesso CCNL (assenze dovute ad infortunio sul lavoro o a malattie per le quali sia stata accertata la causa di servizio).

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  • Congedo maternità
    Tiziana Maccanti | CCIAA di Savona | [email protected]

    Una dipendente in congedo di maternità dal 2 ottobre 2011 (termine presunto 2 marzo 2012) ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato con prestazione part time all'88,19% che, a seguito di una regolamentazione dei rapporti part time e in applicazione dell'art. 16 della L. 183/2010, sarà ridotta al 70% a decorrere dal 1° gennaio 2012. Ai fini della misura dell'indennità di maternità - e dell'eventuale indennità per congedo parentale - da riconoscere, visti gli artt. 22, 23, 34 e 60 del D. Lgs. 151/2001 nonché l'art. 17 del CCNL 14.09.2000, assumerei a riferimento la base di calcolo più favorevole della retribuzione, pari all'88,19% della stessa, percepita nel mese immediatamente precedente l'inizio del congedo di maternità. Si ritiene corretta questa interpretazione?
    Secondariamente, si chiede se, in via teorica, qualora nell'arco di tempo di svolgimento del congedo di maternità e parentale, ci fossero rinnovi contrattuali, si dovrebbe procedere al riconoscimento degli stessi alla dipendente, alle varie decorrenze stabilite?
    Resto in attesa di chiarimento circa i due quesiti sopra esposti e ringrazio anticipatamente per la cortese e collaborazione.

    Il quesito non precisa se la lavoratrice ha un part-time orizzontale o verticale.
     
    La questione non è secondaria, perché l’art.6, comma 8 del CCNL del 14.9.2000 stabilisce che “in presenza di part-time verticale, è comunque riconosciuto per intero il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro
    previsto dalla L.n.1204/71, anche per la parte non cadente in periodo lavorativo; il relativo trattamento
    economico, spettante per l’intero periodo di astensione obbligatoria, è commisurato alla durata prevista per
    la prestazione giornaliera”.
     
    Comunque, se, come immaginiamo, si tratta di part-time orizzontale, la base di calcolo dell’indennità è, per il congedo di maternità, la retribuzione del mese immediatamente precedente l’inizio del congedo di maternità (quindi, la vostra interpretazione è corretta) e, per il congedo parentale retribuito, quella del mese immediatamente precedente l’inizio del congedo parentale; in tal senso, sulla base degli artt.23 e 34 del D.Lgs.151/2001, si è pronunciata, seppur incidentalmente, anche l’Aran (v. risposta in calce, purtroppo non più reperibile sul sito dell’Agenzia; in origine, la risposta aveva il numero P68, poi il numero 900-17E13).
     
    900-17E13. Incarico di posizione organizzativa scaduto in periodo di congedo parentale e non rinnovato: qual è il trattamento economico da corrispondere al dipendente per il periodo di congedo parentale retribuito successivo ai primi trenta giorni e alla scadenza dell'incarico? In particolare, gli deve essere corrisposto anche il 30% della retribuzione di posizione?
     
    Per determinare il trattamento economico spettante al dipendente per il periodo di congedo parentale retribuito successivo ai primi trenta giorni computati complessivamente per entrambi i genitori (ai quali si applica l'art.17, comma 5 del CCNL del 14.9.2000), è necessario fare riferimento alla previsione generale dell'art.34, comma 1 del D.Lgs.151/2001, che stabilisce che il dipendente ha diritto al 30% della retribuzione da calcolare secondo quanto previsto dall'articolo 23 dello stesso decreto (ad esclusione del comma 2).
    Naturalmente, per i dipendenti del comparto Regioni Autonomie Locali, gli elementi della retribuzione da prendere in considerazione sono gli stessi previsti dall'art.17, comma 5 del CCNL del 14.9.2000. In sostanza il dipendente ha diritto, per i periodi di congedo parentale retribuito successivo ai primi trenta giorni, computati complessivamente per entrambi i genitori, al 30% della retribuzione prevista dall'art.17, comma 5 del CCNL del 14.9.2000.
     
    Ciò premesso, siamo del parere che se il dipendente, nel mese precedente l'inizio del congedo parentale, ha percepito la retribuzione di posizione, non ha alcuna rilevanza il fatto che l'incarico sia poi scaduto nel periodo di congedo e non sia stato rinnovato: si deve tener conto anche della retribuzione di posizione.
    Infatti, l'art.23, comma 1 del D.Lgs.151/2001, espressamente richiamato, per le modalità di calcolo, dall'art.34 dello stesso decreto legislativo, stabilisce che debba essere presa in considerazione "… la retribuzione media globale giornaliera del periodo di paga quadrisettimanale o mensile scaduto ed immediatamente precedente a quello nel corso del quale ha avuto inizio il congedo … " (la norma fa riferimento all'inizio del congedo di maternità ma, ovviamente, nel caso in esame dovrà farsi riferimento all'inizio del congedo parentale).
    Riteniamo, in sostanza, che la soluzione debba essere analoga a quella già prospettata da questa Agenzia a proposito di un analogo caso verificatosi in costanza di congedo di maternità .
    Quanto sopra vale anche con riferimento alle posizioni organizzative di alta professionalità disciplinate dall’art.10 del CCNL del 22.1.2004.
     
    Quanto al riconoscimento delle eventuali maggiorazioni derivanti da (improbabili) rinnovi contrattuali, la risposta (positiva) dipende dalle relative decorrenze.
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  • Trattamento economico - rivalutazione del buono mensa
    Farida Binatti | CCIAA di Milano | [email protected]

    Preso atto di quanto previsto dall’art. 9 della L. 122 del 30.7.2010, in tema di trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti per il triennio 2011-2013, ed in particolare considerato che il trattamento economico complessivo - comprensivo del trattamento accessorio - non potrà superare il trattamento ordinariamente spettante per l'anno 2010 ritenete possibile procedere con il prossimo gennaio 2011 – sulla base di precedenti intese sindacali e di modalità stabilite da tempo – alla rivalutazione del buono mensa?

    Crediamo che per la soluzione del vostro problema sia necessario approfondire la natura dei buoni pasto, essendo del tutto evidente che l’art.9, comma 1 del DL78/2010, convertito in L.122/2010, può ritenersi loro applicabile solo se aventi natura retributiva (detto in altri termini, solo se i buoni pasto possono essere considerati parte del “trattamento economico ordinariamente spettante per l’anno 2010” al netto di eventuali assenze o altri eventi straordinari della dinamica retributiva).
    Secondo la giurisprudenza prevalente, il buono pasto, di norma, e cioè in assenza di una norma espressa o del carattere di corrispettività, non costituisce elemento integrativo della retribuzione, ma una agevolazione di carattere assistenziale:
    ·         Cassazione civile, sez. lav., 17/07/2003, n. 11212: “Il valore dei pasti, di cui il lavoratore può fruire mediante buoni pasto, allorché non rappresenti un corrispettivo obbligatorio della prestazione lavorativa, per mancanza della corrispettività della relativa prestazione rispetto a quella lavorativa e del collegamento causale tra l'utilizzazione dei buoni pasto e il lavoro prestato, non costituisce elemento integrativo della retribuzione, ma una agevolazione di carattere assistenziale; conseguentemente, le erogazioni sono soggette alla disciplina di cui all'art. 17 del d.lg. n. 503 del 1992 ed escluse dalla base imponibile per il computo dei contributi”;
    ·         Cassazione civile, sez. lav., 21/07/2008, n. 20087: “Il valore dei pasti, dei quali il lavoratore può fruire in una mensa aziendale o presso esercizi convenzionati con il datore di lavoro, non costituisce elemento della retribuzione, allorché il servizio mensa rappresenti un'agevolazione di carattere assistenziale, anziché un corrispettivo obbligatorio della prestazione lavorativa, per la mancanza di corrispettività della relativa prestazione rispetto a quella lavorativa e di collegamento causale tra l'utilizzazione della mensa e il lavoro prestato, sostituendosi a esso un nesso meramente occasionale con il rapporto.”
    Non mancano, a dire il vero, anche pronunce in senso contrario:
    ·         Tribunale Como, 06/04/2004: “Il buono pasto erogato dal datore di lavoro ai propri dipendenti non ha natura né assistenziale né risarcitoria, trattandosi di un vero e proprio emolumento retributivo”.

    Ricordiamo, però,  che in base all’art.51, comma 2 lettera c) del DPR 22 dicembre 1986, n. 917 il buono pasto non costituisce reddito da lavoro dipendente solo fino all’importo complessivo giornaliero di € 5,29; per la quota eccedente tale valore, esso è assoggettato a tassazione e a ritenute previdenziali, pur essendo non monetizzabile  (si veda  la circolare R.G.S. n.24/2006, nella quale si precisa, tra l’altro che “… come avviene per tutte le somme accessorie, la predetta quota eccedente Euro 5.29 andrà ad abbattere la maggiorazione del 18% in sede di conguaglio fiscale e contributivo…” ).
    Ciò premesso, salvo che il vostro buono pasto abbia un importo inferiore ad € 5,29 (il che vi potrebbe consentire, al massimo, di aumentarlo fino al raggiungimento di tale valore, perché solo in questo caso avreste la certezza che non si tratta di un emolumento retributivo), si è del parere che aumentarlo nel 2011 non sia, purtroppo, un’operazione compatibile con il divieto di cui al comma 1 citato, perché, considerata la sostanziale assimilazione alla retribuzione del valore del buono pasto eccedente € 5,29, ciò – ad una lettura restrittiva - finirebbe per determinare un aumento del trattamento economico 2011 rispetto a quello del 2010, ipotesi vietata dal DL78/2010.
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  • Indennità di maternità
    Roberto Mellini | CCIAA di Brescia | [email protected]

    Caso in esame:
    - dipendente a tempo determinato cessata per fine incarico il 31.12.2009;
    - percepisce l'indennita' di disoccupazione dal 16 gennaio 2010;
    - richiede a questo Ente, ai sensi dell'art. 24 comma 4 del d.lgs. 151/2001, la corresponsione dell'indennità di maternità a partire dal 16 luglio 2010 (data di inizio del periodo di congedo obbligatorio).
    Si chiede se l'indennità di maternità debba essere calcolata sulla base dell'ultima retribuzione percepita (dicembre 2009) oppure su quella teorica del mese precedente quello in cui ha inizio il congedo obbligatorio.
    Grazie

     

    Pur trattandosi di materia assai confusa, sulla quale, per quanto ci risulta, mancano precise indicazioni operative, saremmo orientati a ritenere che nel caso dell’art.24, comma 4 del d.lgs.151/2001, si debba prendere come riferimento la retribuzione da ultimo corrisposta in costanza del rapporto di lavoro (quindi, nel vostro caso, quella di dicembre 2009); si tratta di una soluzione che non è in palese contrasto con i principi desumibili  dell’art.23, comma 1 e 57, comma 2 del d.lgs.151/2001 (visto che, nella fattispecie, l’ultimo periodo retribuito precedente l’inizio del congedo è proprio dicembre 2009) e che tiene conto dell’esigenza di garantire una effettiva tutela alla lavoratrice.

     

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  • Trattamento economico
    Fabrizio Nicosia | Comune di Messina | [email protected]

     

    Nel caso di aspettativa retribuita per la frequenza di un corso di dottorato di ricerca senza borsa, ai sensi dell'art. 52, comma 57 della legge n. 488/2001, il dipendente pubblico conserva il trattamento economico in godimento.
    Cosa intende il legislatore per trattamento economico in godimento, atteso che lo stesso è costituito da retribuzione fissa e variabile?
    Nel caso di specie, il dipendente avrà diritto a percepire, oltre che la retribuzione fondamentale, anche l'indennità di responsabilità (prevista dal ccnl enti locali per i dipendenti che svolgono determinate funzioni) che percepiva prima di essere posto in congedo straordinario?
    grazie

     

     

    La formulazione della norma da voi richiamata (art.52, comma 57 L.448/2001) è talmente generica da poter essere riferita a qualsiasi emolumento, sia di natura fondamentale che di natura accessoria.
    Tuttavia, tenendo conto anche del consolidato orientamento dell’Aran (v. risposta 900-12A2), sembra corretto ritenere che quando la legge parla di “trattamento economico in godimento” non voglia riferirsi né agli emolumenti che possono essere erogati solo a seguito di valutazione delle prestazioni e dei risultati (e, quindi, solo a seguito dell’accertamento di risultati effettivamente conseguiti, come i compensi di produttività o la  retribuzione di risultato dei responsabili di P.O.) né agli emolumenti che presuppongono prestazioni di servizio effettivamente rese (ad esempio, lavoro straordinario, indennità di turno).

    Pertanto, ai fini che qui interessano, fanno parte del “trattamento economico in godimento” solo gli emolumenti che non abbiano le caratteristiche sopra indicate.

     

  • Trasferimento per mobilità intercompartimentale - differenziale
    Giovanna Grazioli | CCIAA di Novara | gestione.personale@no[email protected]

    Si chiede, nel caso di trasferimento per mobilità intercompartimentale, in particolare dal Comparto Sanità al Comparto Regioni e Autonomie Locali, come debba essere considerato il differenziale positivo tra le rispettive voci retributive. In particolare si chiede se tale importo debba essere considerato come assegno personale riassorbibile o non riassorbibile e sulla base di quali riferimenti normativi.

    Immaginiamo che il vostro problema nasca dalla previsione oggi contenuta nell’art.30, comma 2-quinquies, del d.lgs. 165/2001 (come modificato dall’art.16 della L.246/2005), secondo il quale “salvo diversa previsione, a seguito dell’iscrizione nel ruolo dell’amministrazione di destinazione, al dipendente trasferito per mobilità si applica esclusivamente il trattamento giuridico ed economico, compreso quello accessorio, previsto nei contratti collettivi vigenti nel comparto della stessa amministrazione”.
     
    Presa alla lettera, quella previsione sembra comportare l’irrilevanza di ogni eventuale differenza positiva tra il trattamento economico percepito presso l’ente di provenienza e quello di destinazione.
     
    Tuttavia, è possibile anche una diversa lettura, soprattutto se si tiene conto del fatto che la norma appena richiamata fa comunque salve eventuali diverse previsioni senza specificare se esse debbano necessariamente avere forza di legge o possano anche essere contenute in un CCNL.
         
    Secondo questa diversa lettura, la norma sopra richiamata si limita a ribadire un principio di carattere generale già noto ed applicato da tempo (anche nel CCNL del personale camerale - v. art.27, comma 2 CCNL 5.10.2001), rispetto al quale la legge non aggiunge nulla di nuovo; anzi, proprio il CCNL del comparto Regioni - Enti locali sembra contenere la “diversa previsione” indicata dalla legge, visto che tale CCNL, da un lato, contiene espresse indicazioni nel senso della conservazione del trattamento fisso e continuativo in godimento prima del trasferimento (v. art.28, comma 5 CCNL 5.10.2001), dall’altro, nella dichiarazione congiunta n.24 allegata al CCNL del 22.1.2004 (v. ultimo periodo), impegna espressamente le amministrazioni ad utilizzare i criteri in essa indicati “in sede di inquadramento di personale trasferito, anche volontariamente, da pubbliche amministrazioni anche di diverso comparto” e stabilisce che l’assegno personale eventualmente riconosciuto in sede di inquadramento non è riassorbibile.
  • Progressioni economiche orizzontali
    Caterina Famularo | CCIAA di Potenza | [email protected]

    Ai sensi dell’art.9 1° comma del D.L. n.78, con le modifiche apportate in sede di conversione nella legge n.122/2010, per il triennio 2011-2013 il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, compreso il trattamento accessorio, previsto dai rispettivi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuato dall’ISTAT, al cui interno sono comprese anche le Camere di Commercio, non può superare il trattamento ordinariamente spettante per l’anno 2010, fatte salve talune specifiche fattispecie derivanti da mutamenti sopravvenuti o erogazione di arretrati, e fermo in ogni caso quanto previsto dal comma 21 terzo e quarto periodo per le progressioni di carriera comunque denominate.
    Ai sensi del comma 21 quarto periodo per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate e i passaggi tra le aree eventualmente disposte negli anni 2011,2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici.

    L’interrogativo che si pone è incentrato sul significato da attribuire al verbo disporre; secondo una interpretazione ritenuta conforme a buona fede disporre dovrebbe voler dire stabilire, decidere e ciò indicherebbe la scelta di voler dar vita a progressioni di carriera che, sebbene svolte con decorrenza 2011, avrebbero, sino al 2013, effetti solo giuridici, restando congelati gli incrementi economici.
    Da tale interpretazione si ritiene di poter dedurre “a contrario” che le progressioni di carriera disposte nell’anno 2010 sarebbero legittime, ancorchè la valutazione e  l’erogazione della maggiorazione dovuta dovesse aver luogo nell’anno successivo, ossia all’inizio del 2011, a titolo di arretrati.
    Ciò in quanto da prassi ormai consolidata la determinazione  di svolgere una progressione di carriera per un tale anno riverbera necessariamente i suoi effetti nell’anno successivo per due principali ragioni:
    1.      La valutazione, sulla base di parametri predeterminati e noti ai dipendenti in quanto codificati nel sistema di valutazione permanente adottato dall’amministrazione, viene effettuata a conclusione dell’anno per il quale la progressione è disposta:infatti,solo al termine del periodo oggetto di valutazione si ha una visione complessiva e il possesso di dati utili a misurare le prestazioni, i risultati oltre alla partecipazione lavorativa di ciascuno.
    2.      La graduatoria, redatta a seguito della predetta valutazione, determinerà il passaggio alla posizione economica superiore fino a concorrenza delle somme disponibili il cui importo, nel suo esatto ammontare, è conosciuto al termine dell’anno di riferimento, dopo aver utilizzato le somme ricadenti nel salario accessorio per il finanziamento degli altri istituti e i cui importi possono variare in base ad altri indici mutevoli,quali ad esempio la presenza in servizio per le varie indennità riconosciute a singoli profili professionali in base al ruolo svolto.
    In sintesi, si ritiene, pertanto, di poter indire - senza incorrere nella violazione della normativa vigente - una progressione economica orizzontale con effetto dal 1 gennaio 2010 sebbene la effettuazione della stessa, vale a dire sia la valutazione del personale avente diritto, che la erogazione delle somme spettanti ai beneficiari dovessero perfezionarsi nei primi mesi dell’anno 2011.
    Nel rimanere in attesa di un vostro autorevole parere rispetto alla ipotesi prospettata si porgono cordiali saluti.

    L’art.9, comma 21 ultima parte del DL78/2010, convertito in L.122/2010, parla delle progressioni di carriera e dei passaggi di area e non delle progressioni economiche; quindi, a prima vista, quel comma non sembra riguardare la procedura di progressione economica disciplinata dall’art.5 del CCNL 31.3.1999.

    Che le progressioni economiche siano cosa diversa dalle progressioni di carriera è confermato dal fatto che di esse si parla in due distinti articoli del d.lgs.150/2009 (rispettivamente, il 23 e il 24).
    Ciò premesso, è necessario solo stabilire se le progressioni economiche da voi ipotizzate siano in qualche modo interessate dal comma 1 dello stesso articolo 9 che, come noto, impone di non superare, nel triennio 2011-2013, il trattamento economico ordinariamente spettante per il 2010.
    La questione è assai dubbia, ma, pur con tutte le riserve del caso, un aiuto potrebbe venire dalla delibera n. 51/2010 della Corte dei Conti – Piemonte, nella quale, a proposito dell’art.9, comma 1 del DL78/2010 convertito in L.122/2010, si precisa quanto segue:
     
    “Quanto al quesito b), il Comune pone una questione interpretativa dell’art. 9, comma 1 del citato D.L. n. 78/2010, chiedendo, se bene sì è inteso, se per “trattamento in godimento nell’anno 2010” si intenda quello complessivamente percepito nel 2010 ovvero il trattamento stabilito nel provvedimento di attribuzione (che, nella specie, ha mutato il salario accessorio in corso d’anno in conseguenza della responsabilità di un servizio).
     
     … omissis …
     
    Tale disposizione è stata modificata dalla legge di conversione (che ha appunto sostituito la nozione di “trattamento in godimento” con altra più specifica) assumendo il seguente tenore: “Per gli anni 2011, 2012 e 2013 il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, ivi compreso il trattamento accessorio, previsto dai rispettivi ordinamenti delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi del comma 3 dell'articolo 1 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non può superare, in ogni caso, il trattamento ordinariamente spettante per l’anno 2010, al netto degli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, ivi incluse le variazioni dipendenti da eventuali arretrati, conseguimento di funzioni diverse in corso d’anno, fermo in ogni caso quanto previsto dal comma 21, terzo e quarto periodo, per le progressioni di carriera comunque denominate, maternità, malattia, missioni svolte all’estero, effettiva presenza in servizio, fatto salvo quanto previsto dal comma 17, secondo periodo, e dall’ articolo 8, comma 14.” Queste ultime disposizioni, in particolare, fanno salva l'erogazione dell'indennità' di vacanza contrattuale nelle misure previste a decorrere dall'anno 2010, nonché le risorse destinate al settore scolastico.
    Nel nuovo testo della norma, dunque, il limite al trattamento complessivo dei dipendenti pubblici per il triennio 2011-2013 è dato dal “trattamento ordinariamente spettante”, quello cui il beneficiario ha diritto nell’anno di riferimento. Il che, del resto, è conforme al principio, vigente in materia retributiva in mancanza di espressa deroga, della salvezza dei diritti quesiti.
    Sono esclusi dal detto limite (“al netto”) gli effetti derivanti da eventi straordinari della dinamica retributiva, le variazioni dipendenti da eventuali arretrati e dal conseguimento di funzioni diverse in corso d’anno. 
    Per quanto riguarda le progressioni di carriera e i passaggi tra aree, queste, invece, per il triennio in questione (2011-2013) non hanno effetto ai fini economici, ma solo a quelli giuridici (art. 9, comma 21, terzo e quarto periodo).
    Concludendo, per stabilire il limite al trattamento complessivo dei dipendenti pubblici per il triennio 2011-2013 dovrà farsi riferimento a quanto giuridicamente spettante, nei limiti di cui sopra, al dipendente pubblico come trattamento economico ordinario per l’anno 2010.”
     
    Indipendentemente dal se le progressioni economiche siano “eventi straordinari della dinamica retributiva”, se, come dice la Corte dei Conti, si deve fare riferimento non a quanto effettivamente percepito (pagato) nel 2010 ma a quanto giuridicamente spettante per il 2010, sembrerebbe potersi concludere che sia ancora possibile attribuire una progressione economica al personale, purché avente decorrenza 1.1.2010 (*): quel che conta non è, dunque, il momento di conclusione della procedura o il momento della formale attribuzione della posizione economica di sviluppo (eventi che potrebbero anche collocarsi a inizio 2011), ma il momento di decorrenza del beneficio.
    Si noti che se i lavoratori dovessero percepire l’intera annualità della p.e.o. 2010 nel 2011, si tratterebbe, per la sola parte relativa al 2010 ma percepita nel 2011, di un “arretrato”: quindi, quella somma (il solo arretrato relativo al 2010) dovrebbe essere calcolata nel trattamento ordinariamente spettante nel 2010 (perché è giuridicamente riferita al 2010), mentre non entrerebbe a far parte del trattamento economico ordinariamente spettante per il 2011, trattandosi di un emolumento arretrato pagato una tantum nel 2011.
    Solo un’ultima raccomandazione: le progressioni economiche devono sempre essere selettive e meritocratiche; quelle generalizzate sono vietate; era già così prima della riforma Brunetta, ma oggi è necessaria ancora più attenzione, dato il tenore dell’art.23 del d.lgs.150/2009
     
    (*) Ricordiamo che, secondo quanto chiarito dall’Aran (v. risposta 399-5F1 pubblicata sul sito dell’Agenzia), le progressioni economiche vanno attribuite con effetto dal 1° gennaio dell’anno di valutazione.
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  • Trasferte
    Cristina Maselli | Provincia di Bologna | [email protected]

    Buongiorno,
    si pone il seguente quesito: l'art. 41, comma 1, lett. d) del ccnl enti locali del 14/9/2000 prevede che in caso di trasferta, il compenso per lavoro straordinario possa essere riconosciuto solo per l'attività lavorativa svolta nella sede di trasferta, che si protragga oltre l'orario normale della giornata. Pertanto le ore di viaggio che eccedono l'orario giornaliero non possono essere remunarate come straordinario; ma possono essere riconosciute come ore da recuperare?
    Grazie

    Fatta eccezione per gli autisti che, per ragioni di servizio, si trovino alla guida del mezzo di proprietà dell'Ente, le ore di viaggio eccedenti l'orario di lavoro ordinario non possono essere remunerate con il compenso per lavoro straordinario (v. art.41 CCNL 14.9.2000); se questo è assolutamente pacifico, è di tutta evidenza che quelle ore non possono nemmeno essere ''recuperate'', immaginando che con questa espressione vogliate intendere ''considerate utili ai fini di un eventuale riposo compensativo'', perché quest'ultimo riposo, nelle previsioni contrattuali (v. art.38 CCNL citato) è un sostituto, una alternativa, rispetto al compenso per lavoro straordinario (se non può essere riconosciuto l'uno non può essere riconosciuto neppure l'altro perché non c'è nessun compenso da sostituire con il riposo).

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  • A seguito del D.Lgs. 112/1998, articolo ...
    Cinzia Tampellini | [email protected]
    A seguito del D.Lgs. 112/1998, articolo 50, e del DPCM 6 luglio 1999, le Camere di Commercio, acquisendo le funzioni dei soppressi Uffici Provinciali Metrici, hanno aggiunto a quelle già svolte ulteriori, importanti funzioni di supporto alle imprese e di controllo della loro attività occupandosi, tra l'altro, della tutela della fede pubblica e del consumatore. Fra i nuovi settori di intervento delle Camere di Commercio in campo metrologico, due rivestono una particolare importanza: a) quello del controllo degli strumenti metrici; b) quello del saggio e marchio dei metalli preziosi. Nel primo si tratta di garantire la correttezza delle misurazioni delle quantità negli scambi di merce e di servizi; nel secondo di garantire che i metalli preziosi contengano effettivamente le quantità di "fino" dichiarate. Tali funzioni di controllo vengono espletate anche attraverso verifiche ed ispezioni sugli strumenti metrici (sia prima della loro immissione in commercio, sia durante il loro utilizzo) ovvero attraverso prelievi e saggi degli oggetti contenenti i metalli preziosi. L'ispettore metrico e l'assistente metrico, che effettuano le predette verifiche e ispezioni sono, rispettivamente, ufficiale e agente di polizia giudiziaria, qualifica che viene loro riconosciuta dal legislatore (e che comporta il loro giuramento davanti al presidente del Tribunale). Ciò premesso, si ritiene possa essere legittimamente erogabile, per lo svolgimento delle mansioni indicate, l'indennità prevista dall'art. 37, comma 1, lettera b), primo periodo, del C.C.N.L. del 6 Luglio 1975 per il personale dell'area di vigilanza, così come modificata dall'art. 16 del contratto collettivo di lavoro per il personale del comparto regioni ed autonomie locali in data 22 gennaio 2004, biennio economico 2002-2003.

    Crediamo che il vostro personale non abbia diritto alla indennità prevista dall'art.37, comma 1, lettera b), primo periodo, del C.C.N.L. del 6 Luglio 1975 e successive modifiche. Infatti, contrariamente a quanto da voi ipotizzato, per l’erogazione di detto compenso non è sufficiente l’esercizio di funzioni ispettive, di controllo e di polizia giudiziaria ma è necessario, innanzitutto, che si tratti di personale “dell’area della vigilanza” ossia di personale formalmente inquadrato in uno dei profili professionali della predetta area . Il fatto che non abbia alcun rilievo, da sola, l’attività di fatto svolta e che si debba guardare, innanzitutto, al profilo professionale formalmente attribuito (che, si ripete, deve essere uno dei profili dell’area della vigilanza) è confermato da diverse pronunce giurisprudenziali (v. ad es. CdS 22.9.2003 n.5368). Quanto alla nozione di “area della vigilanza” non ci si può che riferire a quanto a suo tempo previsto dall’allegato A al DPR 347/1983; si tratta, pertanto, di un’area indissolubilmente legata alla polizia locale e quindi del tutto estranea al sistema camerale. Del resto, anche l’Aran ha sempre escluso la possibilità di corrispondere la predetta indennità a personale estraneo all’area della vigilanza pur svolgente funzioni di polizia giudiziaria (si veda, per un caso emblematico, la risposta 104-IIIA3 pubblicata sul sito dell’Agenzia).

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  • Volevo chiedere se il D.L.4/7/06 sn.223 ...
    Lorella Papocchia | Lorella Papocchia [[email protected]]
    Volevo chiedere se il D.L.4/7/06 sn.223 si applica alle CCIAA e se conferma il fatto che le diarie per missioni all'estero non sono state soppresse dopo la finanziaria 2006.

    Le modifiche delle norme sull'indennità di trasferta, in termini di deroghe o abrogazioni, hanno interessato solo marginalmente le missioni all'estero, che quindi dal 1° gennaio 2006 potevano continuare ad essere indennizzate secondo quando previsto dai CCNL di riferimento (si vedano anche le indicazioni diramate dalla RGS con circolare n.4457 dell’11.1.2006). Nel caso delle Camere di commercio, la base di calcolo dell’indennità di trasferta all’estero è sempre rappresentata, così come espressamente previsto dal CCNL, dall’indennità di trasferta in Italia (ancorché ora non più corrisposta), mentre è da escludere la possibilità di riconoscere al personale Camerale in trasferta all’estero le indennità supplementari abrogate dalla legge finanziaria. Ora, trasferito questo ragionamento sull’art.28 del DL 223/2006 (nel testo confermato dalla legge di conversione), la conclusione dovrebbe essere la stessa (nel senso della sostanziale permanenza, salvi gli aggiustamenti già indicati, della disciplina contrattuale); peraltro, la dizione generale della norma (nel senso della sua applicazione a tutte le P.A. dell'art.1, comma 2 del D.Lgs.165/2001) lascerebbe pensare che qualcosa debba essere fatto anche dalle Camere di Commercio: la cautela, in questa fase, in attesa dei necessari chiarimenti, potrebbe essere quella di erogare l'indennità nella misura spettante in base al CCNL ridotta della percentuale indicata nella norma di legge in esame (salvo successivo conguaglio): in sostanza, prima si calcola l’indennità di trasferta all’estero spettante secondo le previsioni contrattuali e poi la si riduce del 20% così come previsto dal DL223/2006 ora convertito; naturalmente, è sempre esclusa la possibilità di riconoscere al personale Camerale in trasferta all’estero le indennità supplementari espressamente abrogate dalla legge finanziaria.

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  • Ai fini della corresponsione del trattam...
    irene caramaschi | [email protected]
    Ai fini della corresponsione del trattamento economico ad un dipendente che si trasferirà dall’ACI alla nostra Camera di Commercio ex art. 30 D. Lgs. 165/2001 ed appartenente alla categoria economica B3 del comparto Enti pubblici non economici, si chiede in quale modo si debba procedere. E’ corretto seguire quanto indicato dall’art. 28 del CCNL 05/10/2001 e dalla dichiarazione congiunta n. 24 del CCNL 24/01/2001, previsti espressamente per il passaggio di personale dal comparto Ministeri e dell’ANAS a quello delle Regioni Autonomie Locali, per effetto di trasferimento o di delega di funzioni ai sensi della l. 59/1997, ma applicabile in generale nelle ipotesi di mobilità volontaria ex art. 30 D.Lgs. 165/2001 (effettuazione della comparazione tra i trattamenti economici fondamentali in godimento presso l’ente di provenienza e presso l’ente ricevente e conservazione della maggior somma in capo al dipendente trasferito, quale assegno ad personam non riassorbibile)? Tali disposizioni devono intendersi in qualche modo modificate dall’introduzione del comma 5-quinqiues all’art. 30 D.Lgs. 165/2001?

    La soluzione prospettata (CCNL 5/10/2001 e dich. cong. 24 del CCNL 24/1/01) appare corretta. Le modifiche intervenute successivamente con il comma 2-quinquies aggiunto all'art. 30 del d.lgs. 165 prevedono infatti l'applicazione delle nuove norme "salvo diversa disposizione". Si richiama solo l'attenzione, in ragione del principio della inscindibilità delle clausole contrattuali (in virtù del quale, se deve trovare applicazione una determinata disciplina contrattuale, questa deve essere considerata nella sua interezza, non potendosi optare per soluzioni parziali, volte cioè, ad escludere alcuni profili della stessa in ragione della minore convenienza che potrebbe presentare per l’interesse dei destinatari) sui seguenti aspetti: - se si vuole attribuire una posizione economica diversa da quella iniziale della categoria il fondo deve disporre di risorse stabili corrispondenti ; - per garantire il recupero delle risorse al fondo al momento della cessazione, è preferibile attribuire il differenziale retributivo a retribuzione individuale di anzianità (RIA) e non mediante assegno personale; - per coerenza, la RIA deve includere anche la differenza tra l’indennità di amministrazione in godimento nell’ente di provenienza e l’indennità di comparto che viene riconosciuta all’entrata in servizio del dipendente.

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  • In materia di crediti di lavoro, qual è ...
    n.d. | n.d.
    In materia di crediti di lavoro, qual è il regime applicabile per la determinazione e le rispettive decorrenze degli interessi e della rivalutazione monetaria, la definizione del cumulo, l'individuazione dei termini di prescrizione?

    Al riguardo, riteniamo necessario premettere che il regime dei crediti di lavoro, nel settore pubblico, è parzialmente difforme da quello del settore privato. Infatti, nonostante la privatizzazione del pubblico impiego e le nuove regole sulla giurisdizione abbiano reso direttamente applicabili, anche al rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, le disposizioni applicate nel settore privato (v. art.2, comma 2 e art.63 del D.Lgs.165/2001), permangono, in tale specifica materia, alcune diversità di fondo previste da specifiche norme di legge mai abrogate ed oggetto, anzi, di espresse conferme da parte della Corte Costituzionale. Ci riferiamo, in particolare, all'art.22, comma 36 della L.724/1994 (e all'art.16, comma 6 della L.412/1991), che in origine vietava, sia per il settore pubblico, sia per il settore privato, la cumulabilità di interessi legali e rivalutazione monetaria e alla sentenza della Corte Costituzionale n.459/2000, che ha mantenuto tale divieto per il solo settore pubblico. Non bisogna dimenticare, inoltre, che in tale materia le amministrazioni pubbliche devono necessariamente attenersi alle direttive impartite dal Ministero del Tesoro con il D.M. l.9.1998 n.352 e con la circolare 23.12.1998 n. 83. Cercheremo, pertanto, di illustrare la materia nei suoi aspetti generali, evidenziando, di volta in volta, le peculiarità del settore pubblico. Crediamo sia l'unico modo per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, e consentire agli enti di operare con maggiore consapevolezza. 1. Norme applicabili. La principale norma di riferimento, in materia, è sicuramente rappresentata dall'art.429, comma 3 del c.p.c., secondo il quale il giudice, quando pronuncia sentenza di condanna al pagamento di somme di denaro per crediti di lavoro, deve determinare, oltre agli interessi nella misura legale, il maggior danno eventualmente subito dal lavoratore per la diminuzione del valore del suo credito, condannando al pagamento della somma relativa con decorrenza dal giorno della maturazione del diritto. Per effetto, rispettivamente, delle sentenze della Corte Costituzionale n. 156 del 1991 e n. 196 del 27.4.1993, la norma si applica anche ai crediti relativi alle prestazioni previdenziali ed a quelli relativi alle prestazioni assistenziali. Si noti che la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto anche al pubblico dipendente il diritto agli interessi e alla rivalutazione monetaria sui crediti relativi a stipendi ed assegni arretrati fin dalla sentenza dell'A.P. del Consiglio di Stato n. 7 del 30.10.1981, poi ribadita dalla stessa A.P. con sentenza n. 27 del 16.12.1983 e dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 52 del 24.3.1986. Ciò ha determinato, fin dagli anni 80, la sostanziale trasposizione al settore pubblico dell'art.429 del c.p.c. e dell'art.150 delle relative disposizioni di attuazione. In riferimento al citato art.429, l'art.150 delle disposizioni di attuazione del c.p.c. stabilisce che, ai fini del calcolo della rivalutazione monetaria il giudice applicherà l'indice dei prezzi calcolato dall'Istat per la scala mobile dei lavoratori dell'industria. In materia sono successivamente intervenuti l'art.16, comma 6 della L.30 dicembre 1991, n. 412, relativo ai crediti previdenziali, e l'art.22, comma 36 della L.724/1994. Quest'ultima disposizione, estendendo il regime introdotto per i crediti previdenziali dall'art.16, comma 6 della L.412/1991, ha stabilito il divieto di cumulo di interessi e rivalutazione monetaria per i crediti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale dei dipendenti pubblici e privati in attività di servizio o in quiescenza maturati a far data dall'1.1.1995 (Cass. 12.12.1998 n.12523 - C.d.S. A.P. n.3/1998). Per effetto di tale norma, gli interessi legali, anche nel settore privato, dovevano essere cumulati non già con l'intera rivalutazione monetaria, ma soltanto con l'importo di quest'ultima eventualmente eccedente l'importo degli interessi medesimi. La Corte Costituzionale, però, con sentenza n.459/2000 ha stabilito l'illegittimità costituzionale del citato art.22, comma 36 limitatamente alle parole e privati, muovendo dall'assunto che le esigenze legate allo stato delle finanze pubbliche che potevano giustificare una simile disposizione per i dipendenti pubblici non potevano avere alcun rilievo per il settore privato. Si tratta di una sentenza che ha fatto molto discutere, non perché ha affermato l'inapplicabilità del divieto di cumulo al settore privato ma perché ha mantenuto tale divieto per il solo settore pubblico. Pertanto, mentre per quanto riguarda il settore privato, l'art.429, comma 3 del c.p.c. deve considerarsi applicabile a tutti i crediti di lavoro insorti prima o dopo il 1.1.1995 con la conseguente piena cumulabilità tra interessi legali e rivalutazione monetaria, per quanto riguarda il settore pubblico continua ad operare, per i crediti maturati a far data dall'1.1.1995, il divieto di cumulo sancito dall'art.22, comma 36 della L.724/1994. I criteri e le modalità di applicazione di tale ultima disposizione sono stati dettati con decreto del Ministro del tesoro 1° settembre 1998, n.352. In sostanza, ai crediti di lavoro maturati dopo la data sopra citata devono aggiungersi gli interessi legali, da calcolarsi separatamente sull'importo nominale del credito e, solo successivamente, l'eventuale maggior danno da svalutazione monetaria, inteso questo non come l'intero danno, ma come la sola quota non coperta da interessi. Utili indicazioni al riguardo sono rinvenibili, oltre che nel DM 352/1988 e nella relativa circolare applicativa (n.83 del 23.12.1998), anche nella sentenza del C.d.S. A.P. n. 3 del 15.6.1998. 2. La natura del credito di lavoro e le sue implicazioni. Un problema molto dibattuto in dottrina e in giurisprudenza è stato quello della natura del credito di lavoro (credito di valuta o credito di valore), avente rilevanti implicazioni di ordine pratico, soprattutto circa le modalità di calcolo degli interessi. Come dovrebbe in parte già risultare evidente da quanto precisato al punto 1, il problema riguarda più il settore privato che non quello pubblico, ma riteniamo utile farne egualmente cenno per evitare possibili dubbi interpretativi. E'di immediata evidenza che, sotto il profilo sostanziale, l'art.429 del c.p.c. fa derivare il diritto agli interessi e alla rivalutazione monetaria in via immediata dal giorno della maturazione dei suddetti crediti senza necessità di alcuna costituzione in mora e sollevando il lavoratore da ogni onere probatorio; sotto il profilo processuale, invece, è importante sottolineare che il giudice deve provvedere d'ufficio e quindi anche in assenza di una domanda del lavoratore in tal senso. Questo meccanismo di rivalutazione, sicuramente anomalo rispetto al regime generale delle obbligazioni pecuniarie risultante dagli artt.1277 e ss. del c.c., ancorato al cosiddetto principio nominalistico, potrebbe far ritenere che il legislatore abbia inteso trasformare il credito di lavoro, da credito di valuta in credito di valore. I crediti di valuta sono soggetti al principio nominalistico, e, pertanto, in caso di ritardato pagamento il debitore si libera consegnando la somma originariamente dovuta nel suo importo nominale, con la conseguenza che il rischio per le oscillazioni del valore della moneta ricade interamente in capo al creditore, salva la possibilità di ottenere, a seguito di costituzione in mora ex art.1224 c.c., gli interessi moratori, da calcolare sull'importo nominale del credito, e l'eventuale maggior danno, del quale, però, dovrà essere fornita la prova. I crediti di valore, invece, non sono soggetti al principio nominalistico perché la somma dovuta è espressa in relazione a un valore che costituisce il termine di riferimento per la monetarizzazione dell'obbligazione pecuniaria. In questo caso il rischio per le oscillazioni del valore della moneta ricade interamente sul debitore e gli eventuali interessi moratori si calcolano sul capitale rivalutato. La giurisprudenza della Corte di Cassazione ha seguito, al riguardo, tre diverse strade: - un primo indirizzo ha sostenuto una sostanziale trasformazione del credito di lavoro in credito di valore. In attuazione di tale orientamento, gli interessi sono stati calcolati sull'intero importo comprensivo dell'obbligazione originaria e della sua rivalutazione, analogamente a quanto praticato con riferimento al danno aquiliano e nell'ottica dell'automatico adeguamento della prestazione pecuniaria ai nuovi valori della moneta. In tal senso si vedano, ad esempio, Cass. 5.11.1987 n.8115, Cass. 24.7.1999 n. 8063 e Cass. 12.12.1998 n.12523 . - un opposto indirizzo ha invece sostenuto che gli interessi devono essere calcolati sull'importo originario dell'obbligazione e non su quello risultante dopo la rivalutazione, operando una netta distinzione tra diritto agli interessi e diritto alla rivalutazione. In tal senso si vedano, ad esempio Cass. 26.1.1995 n.907, Cass. 2.10.1998 n.9810 e Cass. 19.5.1995 n.5525; - un indirizzo intermedio ha sostenuto che gli interessi non devono essere calcolati sul capitale rivalutato né sull'importo nominale originario dell'obbligazione, dovendo la rivalutazione essere computata con cadenza periodica a partire dal momento dell'inadempimento e sino a quello del soddisfacimento del creditore e dovendo gli interessi essere successivamente calcolati sulla somma gradualmente incrementata. In tal senso si vedano, ad esempio Cass. 16.7.1998 n.6993, Cass. 17.3.1999 n.2434 e Cass. 28.3.1998 n.3281. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con sentenza 29.1.2001 n.38 ha alla fine sciolto il contrasto giurisprudenziale accogliendo la tesi sostenuta dall'indirizzo intermedio. Per quanto riguarda il settore pubblico, invece, il problema è stato affrontato e risolto, in via definitiva, dal Consiglio di Stato, con la sentenza dell'Adunanza Plenaria n. 3 del 15.6.1998 che ha accolto, però, la tesi del principio nominalistico (ribadita anche nel DM 352/1988 e nella circolare n.83 del 23.12.1998). Ma è evidente che non poteva accedersi ad altra soluzione, per il settore pubblico, visto il quadro normativo risultante dall'art.16, comma 6 della L.412/1991 e dall'art.22, comma 36 della L.724/1994. Il punto è stato efficacemente sottolineato anche dalla citata sentenza della Cassazione Sez. Unite n. 38/2001 nella quale si legge: Le Sezioni unite non ignorano il precedente costituito dalla sentenza 15 giugno 1998 n. 3, emessa dall'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato in materia di pubblico impiego e aderente all'orientamento qui illustrato sub C) (l'orientamento aderente al principio nominalistico n.d.r.) . Questa sentenza si basa principalmente sul richiamo al nuovo sistema normativo venutosi a formare dopo l'entrata in vigore dei sopra citati artt.16, comma 6, 1. n. 412 del 1991 e 22 comma 36, 1. n. 724 del 1994, i quali, attribuendo maggior chiarezza al sistema in cui l'art.429 è inserito, dimostrerebbero come il credito di lavoro sia un credito di valuta e non di valore e che gli interessi, anche quando si cumulino con esso, sono solo un effetto del ritardo, onde debbono essere calcolati separatamente sulla somma base. Senonché, a parte ogni altro rilievo, la sopravvenuta incidenza sul sistema normativo delle disposizioni di legge extracodicistiche testé citate, è venuta meno per i crediti di lavoro privati, di cui qui si tratta, per effetto della più volte richiamata sentenza costituzionale n. 459 del 2000. In conclusione dev'essere confermata la decisione qui impugnata, che ha disposto il calcolo degli interessi sul capitale annualmente rivalutato; né su tale cadenza annuale della rivalutazione le parti hanno mosso alcuna contestazione. Pertanto, come già anticipato, nel settore pubblico il credito di lavoro si configura come credito di valuta e gli interessi legali devono essere calcolati separatamente sull'importo nominale del credito con effetto dal giorno della maturazione del diritto. Tali principi si applicano anche ai rapporti pendenti alla data di entrata in vigore delle richiamate disposizioni di legge: pertanto, per i ratei retributivi maturati fino al 31.12.1994 va corrisposto, oltre agli interessi legali (secondo i tassi in vigore alla scadenza dei singoli ratei), anche il danno da svalutazione (salvo quanto previsto dall'art.2, comma 4 del DM 352/1998 - v. sub 3.1.) , mentre per i ratei maturati successivamente spettano solo gli interessi legali e la rivalutazione può essere attribuita, a titolo di maggior danno, unicamente se e nella misura in cui risulti superiore all'interesse legale (C.d.S. A.P. n. 3/1998 citata (v. anche C.d.S. Sez. IV n.2559 del 7.5.2001) . 3. Le modalità di calcolo di rivalutazione e interessi. 3.1. Generalità Gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono liquidati secondo la disciplina vigente all'epoca della maturazione del diritto. Qualora l'obbligo di pagamento comprenda più periodi diversamente regolati, la liquidazione avviene in conformità alla disciplina vigente in ciascun ambito temporale (art.2, comma 1 DM 352/1998). Questo perché dal rapporto previdenziale, assistenziale e retributivo non scaturisce una singola e complessiva obbligazione, avente ad oggetto una prestazione unitaria, ma una serie di obbligazioni, a cadenza periodica, ciascuna delle quali realizza l'intera prestazione dovuta in quel determinato periodo (circolare Min. Tesoro 23.12.1998 n.83). Si applicheranno quindi, un diverso tasso d'interesse legale e un diverso indice Istat, così come si applicherà o meno il cumulo tra interesse legale e rivalutazione monetaria, a seconda delle misure vigenti nei periodi considerati. Sui crediti il cui diritto alla percezione sia maturato prima del 16 dicembre 1990 sono dovuti gli interessi nella misura legale del 5% e la rivalutazione monetaria fino al 15.12.1990, mentre per il periodo successivo, a partire dal 16.12.1990 e fino al 31.12.1994 spettano i soli interessi legali nella misura del 10%; analogamente, per i crediti maturati dal 16.12.1990 e prima dell'1.1.1995 spettano solo gli interessi legali nella misura del 10% (art.2, comma 4 DM 352/1998 e punto 2b Circolare Min. Tesoro 23.12.1998 (la norma che ha portato il tasso di interesse legale al 10% è l'art.1 della L.26.11.1990 n.353); dall'1.1.1995, invece, come già precisato, l'importo dovuto a titolo d'interessi legali (10% fino al 31.12.1996, 5% dall'1.1.1997 e così via - v. paragrafo successivo) è portato in detrazione alle somme spettanti a titolo di rivalutazione monetaria (art.16, comma 6, legge n. 412/1991, art.22, comma 36 della L.724/1994 e art.2, comma 1 DM 352/1998). Secondo le disposizioni dettate dal Ministero del Tesoro, vincolanti per tutte le pubbliche amministrazioni, gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono calcolati sulle somme dovute, al netto delle ritenute previdenziali, assistenziali ed erariali (art.3, comma 2 DM 352/1998) ed è escluso l'anatocismo. Si fa presente, però, che, con riferimento al settore privato, la Corte di Cassazione, con sentenza 10.4.2001 n. 5363 ha espresso un avviso diverso, sostenendo che la rivalutazione e gli interessi dovrebbero essere calcolati sulle somme al lordo delle ritenute fiscali e contributive. Le somme da liquidare a titolo d'interesse legale o rivalutazione costituiscono, ai fini fiscali, redditi da lavoro dipendente e sono ad essi equiparati a tutti gli effetti. Ne deriva l'assoggettabilità a ritenuta e, quindi, ad imposta sia della rivalutazione che degli interessi (art.1 D.Lgs.314/1997 art.3, comma 3 DM 352/1998- Circolare Ministero Finanze, 28 dicembre 1997, n. 326/E). Per gli enti non statali la relativa spesa è a carico delle amministrazioni d'appartenenza. Per quanto attiene le pensioni e le altre provvidenze di natura assistenziale la relativa spesa è a carico delle amministrazioni, organismi ed enti previdenziali competenti all'erogazione (art.4 DM 352/1998). Questo punto è di particolare rilevanza per le Camere di Commercio se si considerano i meccanismi di liquidazione dell'indennità di anzianità prevista dall'art.77 del D.I. 12.7.1982. Gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sono corrisposti d'ufficio, pur rimanendo fermi gli ordinari termin

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  • una dipendente è stata collocata in cong...
    cristina donnari | [email protected]
    una dipendente è stata collocata in congedo per dottorato di ricerca. Ai sensi dell'articolo 2 della L. 13/81984 n.476 modificato dal comma 57 dell'art.52 L. 28/12/2001 n.448, avendo rinunciato alla borsa di studio ha conservato "il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell'amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro. Qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti..". il quesito è il seguente: se la dipendente prima dei due anni previsti chiede il trasferimento per mobilità presso un'altra amministrazione, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti?

    In effetti, la formula utilizzata dal legislatore “ … qualora, dopo il conseguimento del dottorato di ricerca, il rapporto di lavoro con l'amministrazione pubblica cessi per volontà del dipendente nei due anni successivi, è dovuta la ripetizione degli importi corrisposti … ” è ambigua e tecnicamente imprecisa e si presta a diverse interpretazioni. Si potrebbe pensare, infatti, sia che la norma sia applicabile solo in caso di dimissioni sia in presenza di altre vicende che, come la mobilità, pur non determinando la risoluzione del rapporto, determinano comunque l’uscita del dipendente dall’amministrazione. Tuttavia, a nostro avviso, un elemento decisivo per la soluzione del problema è ravvisabile nell’art.30 del D.Lgs.165/2001 che, anche nel nuovo testo, conferma che la mobilità volontaria presuppone comunque il consenso dell’amministrazione di appartenenza. E’ infatti evidente che, a prescindere dal reale significato da attribuire alla “cessazione”, la mobilità volontaria non dipende in via esclusiva dalla volontà del dipendente; quindi, in realtà, l’amministrazione non corre alcun rischio, perché, se crede, può negare il consenso alla mobilità; ma se presta il proprio assenso non si può comunque più dire che il rapporto “cessi” per volontà del dipendente. In conclusione, riteniamo che la ripetizione non si applichi in caso di mobilità volontaria.

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  • L'art. 3 comma 6 del CCNL del secondo bi...
    giovanni berardini | [email protected]
    L'art. 3 comma 6 del CCNL del secondo biennio economico 2000 - 2001 dispone che i ratei della tredicesima mensilità non spettano per i periodi trascorsi in aspettativa...o in altra condizione che comporti la sospensione o la privazione del trattamento economico...Il successivo comma dispone che per tali periodi temporali il rateo della tredicesima è ridotto nella stessa proporzione della riduzione del trattamento economico. Il caso dello sciopero rientrando tra le fattispecie della privazione del trattamento economico comporta la riduzione del rateo della tredicesima? Oppure trova applicazione la regola generale del periodo superiore a quindici giorni del comma V^?

    Crediamo non vi possa essere alcun dubbio sul fatto che l’assenza per sciopero, a fronte della quale non viene corrisposto il trattamento economico, rientri nella previsione dell’art.3, commi 6 e 7 del CCNL del 5.10.2001; conseguentemente, lo sciopero determina la riduzione del rateo della 13^ mensilità.

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  • La Legge 133/08 all’art. 71 comma 1 prev...
    Mauro Santoianni | [email protected]
    La Legge 133/08 all’art. 71 comma 1 prevede che “resta fermo il trattamento più favorevole eventualmente previsto dai contratti collettivi o dalle specifiche normative di settore per le assenze per malattia dovute ad infortunio sul lavoro o a causa di servizio, oppure a ricovero ospedaliero o a day hospital, nonchè per le assenze relative a patologie gravi che richiedano terapie salvavita”. Il dubbio che resta dopo la lettura dell'art 71 sopra citato, con l'art 10 del C.C.N.L. 14.9.2000 (personale non dirigente) e con l'art art 9 del C.C.N.L del 12.2.2002 (pers. dirigente), è il seguente: 1. Si devono considerare escluse dal concetto di malattia (e quindi non devono subire decurtazioni) tutti i casi di assenza per "infortunio sul lavoro o a causa di servizio, oppure a ricovero ospedaliero o a day hospital, nonchè per le assenze relative a patologie gravi che richiedano terapie salvavita oppure, in particolare per il Comparto Regioni-Autonomie locali, solo le assenze previste dall'art 10 del CCNL 14.9.2000 che integra l'art 21 del C.C.N.L. 6.7.1995 cioè "in caso di patologie gravi che richiedono terapie salvavita ed altre assimilabili come ad esempio la chemioterapia l'emodialisi ......... sono esclusi dal computo dei giorni di assenza i "relativi" giorni di ricovero ospedaliero o di day-hospital ed i giorni di assenza dovuti alle citate terapie........ 2. Nello specifico "le decurtazioni per day hospital o ricovero ospedaliero" non sono da effettuarsi oppure non sono da effettuarsi esclusivamente se collegate alle casistiche di cui al citato art. 10 del C.C.N.L 14.9.2000?

    Per quanto riguarda il problema da voi evidenziato, a nostro avviso, e fatte salve successive pronunce dei Ministeri competenti, la lettera della legge è sufficientemente chiara: devono essere escluse dalla decurtazione prevista dall’art.71, comma 1 del DL112/2008 tutte le assenze per malattia “dovute ad infortunio sul lavoro o a causa di servizio, oppure a ricovero ospedaliero o a day hospital” anche se non collegate a patologie gravi che richiedano terapie salvavita; se così non fosse, non si capirebbe come mai il legislatore, per riferirsi a queste ultime patologie, salvaguardate a loro volta, abbia utilizzato l’espressione “ … nonché per le assenze relative a patologie gravi che richiedano terapie salvavita” (espressione che può avere solo il significato di “ … e inoltre per le assenze relative a patologie gravi che richiedano terapie salvavita” ). Quanto alla individuazione del miglior trattamento contrattuale, si rinvia all’art.22 del CCNL del 6.7.1995 e successive modifiche (infortunio, causa di servizio) e all’art.21, comma 7 lettera a) dello stesso CCNL (day hospital o altro ricovero ospedaliero), con l’avvertenza che, in quest’ultimo caso, sembra doversi escludere la salvaguardia del miglior trattamento stabilito dalla predetta clausola contrattuale anche per i giorni di convalescenza post ricovero (la legge si riferisce, infatti, al solo “ricovero”). Cogliamo l’occasione per ricordare, infine, che la salvaguardia del miglior trattamento contrattuale stabilito dal CCNL del 14.9.2000 per il diverso caso delle assenze per patologie gravi che richiedano terapie salvavita, secondo il ben noto orientamento formulato dall’Aran nella risposta 795-21D2 non riguarda “ … i periodi di … ulteriore assenza, anche se imputabili a convalescenza post-ospedaliera, ove manchi la particolare giustificazione della necessità di sottoporsi durante gli stessi a terapie salvavita …”.

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  • Il CCNL per il personale del comparto Re...
    Rosanna Nadin | [email protected]
    Il CCNL per il personale del comparto Regioni e Autonomie Locali, biennio economico 2004-2005, in fase di sottoscrizione, prevede diversi incrementi mensili, di cui l’ultimo ha decorrenza 31.12.2005. Si chiede di sapere come incide, tale ultimo incremento, nel calcolo dello stipendio del mese di dicembre 2005 e nel calcolo della 13 mensilità dello stesso anno.

    L’incremento stipendiale previsto, con decorrenza 31.12.2005, dall’ipotesi di CCNL per il biennio economico 2004-2005 sottoscritta l’8.2.2006 (che, si ricorda, acquisterà efficacia solo dopo la sua sottoscrizione definitiva), potrà avere effetto solo sull’ultimo giorno del corrispondente mese di dicembre; pertanto, detto incremento dovrà essere rideterminato su base giornaliera (utilizzando il divisore 26) e, come tale, farà parte degli “arretrati”. Nella stessa misura, l’incremento avrà effetto anche sulla 13^ mensilità relativa al 2005: infatti, la tabella “A” allegata alla predetta ipotesi di accordo precisa espressamente che gli incrementi mensili in essa previsti sono da corrispondere per 13 mensilità (secondo la disciplina dell’art.3 del CCNL del 5.10.2001, vigente fino al 31.12.2006).

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  • Premesso che l'Inpdap di Matera ha proce...
    Marcella Milo | [email protected]
    Premesso che l'Inpdap di Matera ha proceduto alla liquidazione del trattamento pensionistico, per un dipendente camerale deceduto il 14° giorno del mese, con decorrenza dal 1° giorno del mese successivo all'evento, senza soddisfare il trattamento economico del periodo intercorrente tra la data del decesso e la data di decorrenza del trattamento pensionistico. La copertura economica di tale periodo compete all'Istituto previdenziale o alla Amministrazione camerale? Per meglio specificare, la retribuzione stipendiale, riferita al mese in cui è avvenuto il decesso,deve essere corrisposta per intero dall'Ente camerale o il periodo di vacanza di servizio dovrà essere retribuito già come trattamento pensionistico?

    Crediamo che la soluzione del vostro problema, al di là delle apparenze, sia abbastanza agevole. In sostanza, la Camera di Commercio, in quanto ex datore di lavoro, deve solo preoccuparsi di pagare agli eredi del defunto: § la retribuzione corrispondente ai soli giorni di lavoro effettivamente prestati nel mese in cui si è verificato il decesso: infatti, la morte determina la risoluzione di diritto del rapporto di lavoro ex art.2118, comma 3, del codice civile, e non è possibile pensare di corrispondere la retribuzione anche per i restanti giorni del mese; § l’indennità sostituiva del preavviso, secondo quanto stabilito dall’art.39, comma 8 del CCNL del 6.7.1995 e successive modifiche e dall’art.2122 del codice civile; § il compenso per ferie maturate e non godute, ai sensi del citato art.39, comma 8.

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  • Dirigenti camerali designati dalla CCIAA...
    n.d. | n.d.
    Dirigenti camerali designati dalla CCIAA nel consiglio di amministrazione di una società per azioni della quale la stessa CCIAA è socio di maggioranza: i compensi previsti per l'incarico di consigliere, che la s.p.a. ha versato alla CCIAA in applicazione dell'art.24 del D.Lgs.165/2001, devono essere attribuiti ai dirigenti interessati secondo la disciplina dell'art.32 del CCNL del 23.1.21999 anche se la CCIA non ha ancora adeguato il proprio ordinamento ai principi codificati nel citato art.24del D.Lgs.165/2001 ? Se sì, devono essere destinati alla retribuzione di posizione o a quella di risultato ?

    L'art.24 del D.Lgs.165/2001 stabilisce che il trattamento economico definito dai contratti collettivi nazionali di lavoro remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti, nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall'amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa; i compensi dovuti dai terzi sono corrisposti direttamente alla medesima amministrazione e confluiscono nelle risorse destinate al trattamento economico accessorio della dirigenza (cosiddetta onnicomprensività del trattamento economico). In base a tale disposizione, che, ai sensi dell'art.27 del D.Lgs.165/2001, costituisce principio generale, il CCNL per l'area della dirigenza sottoscritto il 23.12.1999 ha stabilito (art.32) che le somme acquisite dagli enti a seguito dell'adeguamento dei rispettivi ordinamenti al principio di onnicomprensività del trattamento economico dei dirigenti integrano le risorse destinate al finanziamento della retribuzione di posizione e di risultato secondo la disciplina dell'art.26 del medesimo CCNL e sono utilizzate per: a) determinare i valori economici delle funzioni dirigenziali nei limiti in cui si tratti di compensi aventi carattere di stabilità e continuità; b) incrementare la retribuzione di risultato dei dirigenti che abbiano contribuito alla loro acquisizione, quando si tratti di compensi aventi carattere episodico. I principi codificati nell'art.24, comma 3, del D.Lgs.165/2001 sono inderogabili; ne consegue che codesta amministrazione, anche e soprattutto nel proprio interesse, avrebbe dovuto adeguare tempestivamente il proprio ordinamento alla nuova disciplina; tuttavia, non essendo applicabili al caso disposizioni in contrasto con tali principi che, proprio perché inderogabili, rendono inapplicabili tutte le disposizioni contrarie, e non essendo pensabile che i dirigenti interessati, designati dalla CCIAA consiglieri di amministrazione in una s.p.a. della quale la stessa CCIAA è socio di maggioranza, possano subire un pregiudizio per un ritardo dell'ente, siamo del parere che la soluzione migliore sia quella di dare comunque immediata applicazione al citato art.32 del CCNL del 23.12.1999. Quanto al problema di come utilizzare le somme versate dalla s.p.a., dalla vostra nota sembra si tratti di compensi aventi carattere episodico (e non carattere di continuità e stabilità) corrisposti alla scadenza di un mandato che è per sua natura temporaneo e senza garanzia di rinnovo; pertanto, siamo del parere che il relativo importo debba essere utilizzato per incrementare la retribuzione di risultato dei dirigenti interessati ai sensi dell'art.32, comma 2 lettera b) del CCNL del 23.12.1999. E' comunque necessario un previo momento di confronto con le OO.SS. ai sensi dell'art.4, comma 1 lettera g) del CCNL del 23.12.1999. Per quanto riguarda, infine, il problema degli oneri riflessi, siamo del parere che la somma versata dalla s.p.a deve considerarsi lorda: essa comprende, cioè, anche tutti gli oneri riflessi. La tesi opposta provocherebbe, infatti, un consistente ed ingiustificato aggravio degli oneri a carico del bilancio dell'ente e per tale ragione, in casi analoghi, è sempre stata ritenuta non sostenibile (si veda, ad esempio, la risposta V6.21 sul sito www.aranagenzia.it relativa alle risorse ex L.109/1994)

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  • Qualora la lavoratrice in congedo parent...
    roberto mellini | [email protected]
    Qualora la lavoratrice in congedo parentale sia retribuita al 30% e nel periodo di astensione facoltativa sia compresa una festività nazionale, come deve essere retribuita la lavoratrice, in considerazione delle disposizioni contenuta nella legge n. 260 del 27.5.1949 e nella legge n. 90 del 31.3.1954? Si riporta il testo della normativa: Art. 5 della legge n. 260 del 27.5.1949 Nelle ricorrenze della festa nazionale (2 giugno), dell'anniversario della liberazione (25 aprile), della festa del lavoro (1 maggio) e nel giorno dell'unità nazionale (4 novembre), lo Stato, gli Enti pubblici ed i privati datori di lavoro sono tenuti a corrispondere ai lavoratori da essi dipendenti i quali siano retribuiti non in misura fissa, ma in relazione alle ore di lavoro da essi compiute, la normale retribuzione globale di fatto giornaliera compreso ogni elemento accessorio. La normale retribuzione sopra indicata sarà determinata ragguagliandola a quella corrispondente ad un sesto dell'orario settimanale contrattuale o, in mancanza, a quello di legge. Per i lavoratori retribuiti a cottimo, a provvigione o con altre forme di compensi mobili, si calcolerà il valore delle quote mobili sulla media oraria delle ultime quattro settimane. Ai lavoratori considerati nel precedente comma, che restino la loro opera nelle suindicate festività, è dovuta, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, la retribuzione per le ore di lavoro effettivamente prestate, con la maggiorazione per il lavoro festivo. Ai salariati retribuiti in misura fissa, che prestino la loro opera nelle suindicate festività, è dovuta, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, la retribuzione per le ore di lavoro effettivamente prestate, con la maggiorazione per il lavoro festivo. Qualora la festività ricorra nel giorno di domenica, spetterà ai lavoratori stessi, oltre la normale retribuzione globale di fatto giornaliera, compreso ogni elemento accessorio, anche una ulteriore retribuzione corrispondente all'aliquota giornaliera. Art.2 della legge n. 90 del 31.3.1954 Il trattamento stabilito dall'art. 5 della legge 27 maggio 1949, n. 260, dovrà essere egualmente corrisposto per intero al lavoratore, anche se risulti assente dal lavoro per i seguenti motivi: a) infortunio, malattia, gravidanza, puerperio e periodo di assenza facoltativa seguente al puerperio, congedo matrimoniale, ferie, permessi e assenze per giustificati motivi; b) riduzione dell'orario normale giornaliero o settimanale di lavoro; c) sospensione dal lavoro, a qualunque causa dovuta, indipendente dalla volontà del lavoratore; d) sospensione dal lavoro dovuta a riposo compensativo di lavoro domenicale; e) sospensione dal lavoro dovuta a coincidenza della festività con la domenica od altro giorno festivo considerato tale dai contratti collettivi, compresa la celebrazione del Santo Patrono della località ove si svolge il lavoro.

    Crediamo che per l’esatta soluzione del problema si debba tener conto dei chiarimenti forniti dal Dipartimento della Funzione Pubblica con circolare dell’1.4.2003 (pubblicata su questo sito) e del parere dell’Avvocatura Generale dello Stato del 19 febbraio 2003 (n.017130) in essa richiamato (reperibile sul sito dell’Aran). Sulla base di tali documenti, che, peraltro, in alcuni passaggi non presentano una chiara esposizione, sembra doversi concludere che ai dipendenti pubblici, nei casi di assenza disciplinati dall’art.2 della L.n.90 del 1954 (compreso il congedo parentale), debba essere riconosciuta solo la “normale retribuzione globale di fatto giornaliera compreso ogni elemento accessorio”. La normale retribuzione globale di fatto giornaliera dovrebbe poi essere calcolata secondo le indicazioni dell’art.52 del CCNL del 14.9.2000. Tuttavia, trattandosi di questione estremamente delicata, vi suggeriamo, in caso di ulteriori dubbi, di acquisire il parere della Ragioneria Generale dello Stato – IGOP.

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  • La scrivente Camera con delibera del Con...
    Sonia Cimonetti | [email protected]
    La scrivente Camera con delibera del Consiglio camerale risalente all’aprile 1998, ha disciplinato, ai sensi degli artt. 26 e 28 della Legge 836/73 il trattamento di trasferta per amministratori, sindaci revisori e soggetti esterni che operano in nome e per conto della Camera, equiparandolo a quello del Segretario Generale, allora spettante nella misura prevista per il dirigente superiore dello Stato e successivamente contrattualizzato con il CCNL dirigenza Autonomie Locali del 23/12/1999. Il trattamento del Presidente, in base alle circolari storiche del Ministero dell’Industria, n.256/C del 08/03/1948, n.498/C del 25/07/1951 e n.2551/C del 21/06/1976, ha continuato ad essere disciplinato dalla normativa prevista per i dirigenti ministeriali nella misura spettante al dirigente generale dello Stato. Questo tipo di trattamento prevede delle indennità diverse, negli importi e nelle riduzioni a seguito dei rimborsi spese riconosciuti, rispetto a quelle previste dal CCNL Regioni ed Autonomie Locali Area Dirigenza, con particolare riferimento al trattamento di missione all’estero. Vorrei sapere se è da ritenersi corretto mantenere a favore del Presidente il trattamento di trasferta finora applicato (trattamento spettante ai dirigenti dello Stato ora contrattualizzato con il CCNL del 18/11/2004 che ha mantenuto lo stesso trattamento già riconosciuto dalla vigente normativa) ovvero se sia necessario estendere anche al presidente la disciplina del CCNL Regioni Autonomie Locali, sia in ragione dell’autonomia delle Camere di commercio di cui alla Legge di Riforma n.580/93, sia con riferimento alle disposizioni che disciplinano il trattamento economico degli organi camerali, in quanto l’art.14 del D.M. 06/02/19998 parlando dei rimborsi spese per la partecipazione alle riunioni dice che ai componenti degli organi camerali che lo richiedano è concesso il rimborso delle spese di vitto e alloggio debitamente documentate nella misura massima prevista per il Segretario Generale.

    Proprio per le ragioni da voi indicate, saremmo in linea di massima favorevoli ad una revisione del trattamento di missione finora applicato ai Presidenti, in modo da equipararlo, come per gli altri amministratori camerali, a quello del Segretario Generale. Tuttavia, tale adeguamento presuppone, a nostro avviso, la modifica delle precedenti deliberazioni adottate dall'ente. Consigliamo, in ogni caso, anche di seguire con attenzione i contenuti della prossima legge finanziaria e, in particolare, dei commi 213 e 214 dell'attuale testo, che potrebbe avere riflessi anche sul vostro problema.

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  • Si richiedono alcune specificazioni in m...
    Sabrina Panzeri | [email protected]
    Si richiedono alcune specificazioni in merito al trattamento economico spettante nei periodi di convalescenza post-ricovero ospedaliero (o day hospital) alla luce di quanto affermato nei provvedimenti sotto indicati: 1) parere dipartimento funzione pubblica n.53/2008; 2) linee guida dettate dalla conferenza delle regioni e delle province autonome in data 9/11/2008. Tali provvedimenti confermano quanto previsto dall'art.21, comma 7, lettera a) del CCNL 6/7/95 nel quale si dispone che, in caso di ricovero ospedaliero (o day hospital) e per il successivo periodo di convalescenza post-ricovero, al dipendente spetta anche il trattametno economico accessorio. In conseguenza di ciò anche le CCIAA non devono effettuare alcuna decurtazione dallo stipendio durante i giorni di assenza dovuti a convalescenza conseguente a ricovero ospedaliero? Quale documentazione deve presentare il dipendente ai fini dell'ottenimento di tale trattamento più favorevole?

    Consigliamo molta prudenza. Infatti, il documento della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, pur avendo una indubbia valenza politica, proviene da un organo che non ha specifiche competenze in materia né nei confronti delle Camere di Commercio e, come tale, non è in alcun modo vincolante; è un parere come tanti, che non deve essere necessariamente condiviso. Quanto al parere del Dipartimento della Funzione Pubblica, premesso che, come richiesto nello stesso parere, siamo in attesa di conoscere l’eventuale “contrario avviso” della RGS, osserviamo che esso riguarda una amministrazione dello Stato e, con ogni probabilità, la sola indennità di amministrazione del comparto Ministeri, trattamento economico che, pur essendo definito “accessorio”, è, in realtà, da considerare trattamento economico fondamentale. Che la risposta sia stata scritta pensando a quel particolare emolumento lo si desume in modo inequivocabile dal seguente passaggio: “Pertanto, ad avviso dello scrivente, nel caso di ricovero ospedaliero e per il successivo periodo di convalescenza post ricovero, al dipendente del comparto ministeri compete anche la corresponsione dell’indennità di amministrazione, come previsto dal CCNL (art. 21 comma 7 lettera a del CCNL del 16 maggio 1995 come modificato dall’art. 6 del CCNL integrativo del 16 maggio 2001).” In conclusione, in attesa di indicazioni più precise e relative al CCNL del personale camerale, il nostro suggerimento è quello di attenervi, magari con riserva, all’indirizzo già formulato da questa Unione che può così riassumersi: in assenza di una espressa indicazione legislativa, è ragionevole ritenere che l’eccezione prevista per il ricovero ospedaliero dall’art.71, comma 1 del DL112/2008, in quanto tale da interpretare in modo stretto, non riguardi quanto con non espressamente qualificabile attraverso la locuzione utilizzata (“ricovero ospedaliero”, che non è il successivo periodo di convalescenza post ricovero), con la conseguenza che deve ritenersi superata, per la parte relativa a detto periodo (convalescenza), anche la specifica previsione dell’art.21, comma 7 lettera a) del CCNL del 6.7.1995. Quanto al secondo quesito, crediamo che esso sia superato dalla nostra precedente risposta: se il trattamento più favorevole si applica al solo ricovero e non al successivo periodo di convalescenza, la documentazione da prendere in considerazione è quella rilasciata dall’Ospedale attestante i giorni di ricovero.

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  • Questo Ente avrebbe intenzione di attrib...
    Albaredo Vettorato | Vettorato - Albaredo [[email protected]]
    Questo Ente avrebbe intenzione di attribuire un compenso aggiuntivo forfettario annuo ad un responsabile di un ufficio comunale, mi potete indicare quale procedura è possibile utilizzare senza dover ricorrere necessariamente alla concertazione, e se l'eventuale indennità aggiuntiva potrebbe essere finalizzata ad un progetto specifico senza dover necessariamente corrispondere l'indennità di Posizione Organizzativa in quanto l'Ente è dotato di dirigenza. Grazie

    Il quesito è un po’ vago, ma, in ogni caso, riteniamo utile evidenziare che ai sensi dell’art.2, comma 3 del D.Lgs.165/2001, l'attribuzione di trattamenti economici al personale può avvenire esclusivamente mediante contratti collettivi o, alle condizioni da questi previste, mediante contratti individuali. In sostanza, per quanto riguarda il trattamento economico del personale non è possibile prescindere dalle previsioni dei contratti collettivi nazionali e integrativi decentrati. Per quanto riguarda i responsabili degli uffici dei Comuni con dirigenti, non essendo possibile applicare l’art.11 del CCNL del 31.3.1999 (rivolto ai soli Comuni privi di dirigenti), gli stessi potranno essere remunerati, ricorrendone le condizioni, attraverso l’applicazione della disciplina generale dell’area delle posizioni organizzative (artt.8-10 del CCNL del 31.3.1999); se anche questa disciplina risultasse inapplicabile, è possibile ricorrere al compenso per particolari responsabilità previsto dall’art.17, comma 2 lettera f) del CCNL dell’1.4.1999; ricordiamo, però, che in base all’art.4, comma 1 lettera c) dello stesso CCNL, spetta alla contrattazione integrativa stabilire fattispecie, valori, criteri e procedure per il pagamento del predetto compenso (sempre nei limiti stabiliti dal CCNL). Quanto alla remunerazione di specifici progetti, ricordiamo che, ai sensi dell’art.37 del CCNL del 22.1.2004, tali compensi:  sono strettamente correlati ad effettivi incrementi della produttività e ad effettivi miglioramenti dei servizi, da intendersi come risultato aggiuntivo apprezzabile rispetto al risultato atteso dalla normale prestazione lavorativa;  possono essere erogati solo a conclusione del periodico processo di valutazione delle prestazioni e dei risultati e solo in base ai risultati effettivamente conseguiti ed accertati, escludendosi ogni tipo di automatismo. Pertanto, deve escludersi ogni forma di forfettizzazione degli stessi.

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  • La Camera di Commercio ha riconosciuto l...
    alberto donnini | [email protected]
    La Camera di Commercio ha riconosciuto l'indennità ex art. 17 comma 2 lett. f) C.C.N.L. 1-4-1999 ai propri dipendenti incaricati di svolgere le funzioni ispettive di competenza dell''ufficio metrico. Si ritiene che nulla osti al riconoscimento, in favore degli stessi dipendenti, anche del rimborso delle spese di cui all’art. 41 comma 7 C.C.N.L. 14-9-2000. E' corretta tale interpretazione ?

    Il quesito, così come posto, richiede alcune precisazioni . Infatti, il vero problema non è tanto la cumulabilità del compenso previsto dall'art.17, comma 2 lettera f) del CCNL del'1.4.1999 con i rimborsi previsti dall'art.41 del CCNL del 14.9.2000(trattandosi di emolumenti che hanno presupposti del tutto diversi, ricorrendo i quali, pertanto, non vi sarebbero ostacoli di sorta alla corresponsione di entrambi), quanto la possibilità di applicare il trattamento di trasferta (e quindi l'intero art.41 citato) al personale in possesso del profilo di ispettore metrico. Se si tiene conto di quanto stabilito nell'art.41, comma 9 del CCNL del 14.9.2000 e della risposta 900-41H4 pubblicata sul sito istituzionale dell'Aran, si deve concludere che va preliminarmente verificato se sussistano, nelle modalità di definizione dello svolgimento della prestazione di lavoro del personale ispettivo della Camera, le caratteristiche ivi descritte, poiché, se così fosse, il personale dei profili ispettivi, poiché svolge le sue funzioni nell'ambito della circoscrizione di competenza dell'ente, non ha diritto né all'indennità di trasferta (lo esclude espressamente l'art.41, comma 9 citato) né ai rimborsi previsti dallo stesso art.41, perché, come chiarito efficacemente dall'Aran, in questi casi, l'ordinaria sede di servizio (concetto dal quale dipende l'applicazione dell'intero art.41) coincide, sostanzialmente, con la circoscrizione territoriale di competenza dell'ente. Si riporta, per comodità il testo della risposta Aran: "900-41H4. L’art.41, comma 9 del CCNL del 14.9.2000 stabilisce, tra l’altro, che l'indennità di trasferta non viene corrisposta in caso di trasferte svolte come normale servizio d'istituto del personale di vigilanza o di custodia, nell'ambito della circoscrizione di competenza dell'ente. E’ possibile chiarire a quale personale si riferisce tale disposizione ? In particolare, essa è riferibile anche al personale incaricato solo occasionalmente di compiti di vigilanza e custodia ? A nostro modo di vedere, il personale di vigilanza o custodia escluso dalla corresponsione dell’indennità di trasferta non è il personale al quale, solo in via occasionale, siano attribuiti compiti di vigilanza o di custodia da svolgere fuori sede ma il solo personale in possesso di un profilo professionale che si caratterizza proprio per lo svolgimento in via continuativa di compiti di vigilanza o di custodia tali da far sì che il dipendente, in via ordinaria, non presta servizio in ufficio, ma sul territorio compreso nella circoscrizione di competenza dell’ente. Ne sono un esempio tipico i profili ispettivi. In tali ipotesi, il dipendente svolge la sua normale attività lavorativa sul territorio e diventa difficile riferirgli un concetto come quello di ordinaria sede di servizio, posto a base di tutta la disciplina della trasferta; in un certo senso, è come se la sua sede di servizio fosse tutta la circoscrizione territoriale di competenza dell’ente. " Peraltro, è anche vero che in altri contratti collettivi (ad es., comparto Ministeri) l’esclusione dell’intero trattamento di trasferta in tali fattispecie è stata appositamente sancita.

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  • In relazione alla richiesta di un dipend...
    rita bevacqua | [email protected]
    In relazione alla richiesta di un dipendente di usufruire dei benefici previsti dalla legge 336/70 art.2 c.1,si chiede: i benefici in questione si concretano nell'attribuzione di n.3 aumenti periodici che,secondo il tenore della norma,devono essere applicati allo stipendio ai soli fini della liquidazione della pensione e dell'indennità di buonuscita. il CCNL del 22.1.2004 all'art.29,c.3 stabilisce che a decorrere dall'1.1.2003 l'indennità integrativa spciale( IIS)cessa di essere corrisposta come singola voce della retribuzione ed è conglobata nella voce stipendio tabellare. Si deve procedere alla liquidazione dell'indennità applicando i tre aumenti esclusivamente allo stipendio tabellare senza applicarli all'IIS?

    I dubbi espressi nel quesito possono trovare una risposta nella lettura delle norme contrattuali. Infatti: · l’art.22 del CCNL del 5.10.2001 stabilisce espressamente che la maggiorazione del 2,50% debba essere calcolata sulla retribuzione di cui all'art.52, comma 2, lett. b), del CCNL del 14.9.2000, che comprende l’indennità integrativa speciale; · l’art.29, comma 4 del CCNL del 22.1.2004 stabilisce espressamente che, anche nel caso dei destinatari dell’assegno personale da esso introdotto, il più elevato importo dell’I.I.S. in godimento rispetto all’importo conglobato nel tabellare deve comunque essere compreso nella nozione di retribuzione di cui al richiamato art.52, comma 2 lettera b). In sostanza, non è cambiato nulla: il calcolo del beneficio deve sempre essere effettuato anche sul valore dell’indennità integrativa speciale, sia per la pare conglobata nello stipendio, sia per la parte eventualmente corrisposta a titolo di assegno personale in applicazione dell’art.29, comma 4 del CCNL del 22.1.2004. Confermiamo, infine, che “tre aumenti periodici” corrispondono a tre aumenti del 2,50% e quindi ad un aumento complessivo pari al 7,50%.

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  • L'ufficio stampa istituito in base alla ...
    n.d. | n.d.
    L'ufficio stampa istituito in base alla legge 150/2000 è diretto da un dipendente interno con qualifica d3, giornalista ma privo di laurea. La questione che si pone è se al dipendente debba essere mantenuto il trattamento economico in godimento ovvero vada applicato il contratto dei giornalisti. grazie

    Crediamo che per una compiuta soluzione del problema sia necessario distinguere due aspetti: Ø il primo concerne l’individuazione del contratto collettivo applicabile; Ø il secondo concerne l’individuazione dell’istituto al quale versare i contributi previdenziali. Per quanto riguarda il primo aspetto, il CCNL applicabile deve essere individuato in base al comparto di contrattazione dell’amministrazione dalla quale il giornalista dipende; pertanto, se il giornalista è un dipendente provinciale, si applica il CCNL del comparto Regioni-Autonomie Locali (non potrebbe essere diversamente, visto che quel CCNL si applica, indistintamente, a tutti i dipendenti del comparto; lo confermano anche la circolare INPGI n.12 del 28.10.2003 e il Min. del Lavoro, nel parere appresso citato; si veda, in particolare, il passaggio della circolare INPGI nel quale si precisa che “… per i giornalisti dipendenti dalla Pubblica Amministrazione, i cui rapporti di lavoro sono regolati dal CCNL del comparto pubblico di appartenenza ….”). Per quanto riguarda il secondo aspetto, invece, la soluzione del problema è contenuta nella circolare congiunta INPGI-INPDAP n. 9 del 9 febbraio 2004 avente ad oggetto “Tutela previdenziale dei giornalisti dipendenti di amministrazioni pubbliche”. In tale circolare, premesso che il parere n.80907 del 24.9.2003 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, interpretando le disposizioni dell'art.76 della legge 23 dicembre 2000, n.388, ha affermato l'iscrizione previdenziale dei giornalisti all'INPGI indipendentemente dalla contrattazione collettiva ad essi applicabile, si chiarisce che, a decorrere dal 1° gennaio 2001, i giornalisti assunti alle dipendenze della pubblica amministrazione, a tempo determinato o a tempo indeterminato, pubblicisti e professionisti, in presenza del duplice requisito di affidamento di incarico di natura giornalistica, ovvero svolgimento di attività riconducibile alla professione giornalistica e di iscrizione all'albo di categoria, devono essere obbligatoriamente iscritti, ai fini pensionistici, presso l'INPGI. I praticanti giornalisti sono obbligatoriamente iscritti, ai fini pensionistici, presso l'INPGI, purché l'assunzione sia avvenuta direttamente con affidamento di incarico di natura giornalistica. Quanto alla individuazione dell’incarico di natura giornalistica riteniamo utile riportare una massima della Corte di Cassazione: “La natura giornalistica delle prestazioni svolte nell'ambito di un rapporto di lavoro subordinato può essere riconosciuta … solo in relazione ad un'attività caratterizzata dalla creatività di chi, con opera tipicamente intellettuale, provvede alla raccolta, commento ed elaborazione delle notizie; tali presupposti non sono ravvisabili nell'ipotesi di attività limitata ad una collaborazione redazionale per la pubblicazione di notizie (nella specie, sulle gare ippiche) senza alcuna elaborazione o coordinamento” (Cassazione civile, sez. lav., 21 febbraio 1992, n. 2166).

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  • Gentili Signori, ho un dubbio in merito ...
    ANTONELLA GARZILLO | [email protected]
    Gentili Signori, ho un dubbio in merito all'assegno assorbibile riconosciuto a seguito di progressione verticale ai sensi dell'art. 15 del CCNL 31.3.99. In quale nozione di retribuzione va ricompreso? Va quindi considerata nel calcolo degli straordinari e nel calcolo della tredicesima? grazie anticipatamente per la risposta. cordiali saluti

    Confessiamo di essere rimasti piuttosto sorpresi dal quesito: per una volta, infatti, le clausole contrattuali sembrano piuttosto chiare. Comunque: § l’assegno personale di cui all’art.15, comma 2 del CCNL del 31.3.1999 rientra nella nozione di “retribuzione globale di fatto” di cui all’art.52, comma 2 lettera d) del CCNL del 14.9.2000; esso non è riconducibile, infatti, a nessun’altra nozione di retribuzione; in particolare, detto assegno non può essere ricondotto alla nozione di “retribuzione individuale mensile” di cui alla lettera c) dello stesso articolo 52, perché quest’ultima comprende i soli assegni personali a carattere continuativo e non riassorbibile, mentre quello in esame è riassorbibile; § ciò premesso, è evidente che detto assegno non è utile né ai fini del calcolo del compenso per lavoro straordinario (l’art.38 del CCNL del 14.9.2000 impone di calcolare la prevista maggiorazione sulla retribuzione di cui all’art.52, comma 2 lettera -b- del CCNL del 14.9.2000) né ai fini della tredicesima mensilità (l’art.3 del CCNL del 5.10.2001 impone di prendere come riferimento la retribuzione di cui all’art.52, comma 2 lettera -c- del CCNL del 14.9.2000); § esso è utile, invece, per calcolare la maggiorazione prevista in caso di lavoro aggiuntivo del personale in part-time orizzontale: infatti l’art.6, comma 4 del CCNL del 14.9.2000 stabilisce che dette “ …ore di lavoro aggiuntivo sono retribuite con un compenso pari alla retribuzione oraria globale di fatto di cui all'art.52, comma 2, lett. d) maggiorata di una percentuale pari al 15% …”.

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  • Il compenso di cui all'art. 18 legge 10...
    Maria Antonietta COMELLO | [email protected]
    Il compenso di cui all'art. 18 legge 109/94 (Merloni) dovuto a titolo di incentivo per progettazione e altre attività professionali, deve confluire nel fondo di amministrazione ovvero può essere liquidato direttamente al dirigente incaricato di attività professionale? Quanto sopra alla luce di quanto disposto dall'art. 24 del Dl.lgs 165/2001.

    Dall’art.2, comma 3 e dall’art.24, commi 1 e 3 del D.Lgs.165/2001 si desume chiaramente, a nostro avviso, che i compensi previsti dall’art.18 della L.109/1994 non possono essere erogati direttamente ai dirigenti interessati; dette risorse devono invece concorrere al finanziamento del trattamento economico accessorio del personale con qualifica dirigenziale e devono poi essere corrisposte agli interessati secondo le previsioni della contrattazione collettiva.

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  • in materia di festività nazionale coinci...
    antonella garzillo | [email protected]
    in materia di festività nazionale coincidente con la domenica, il parere dell'avvocatura dello stato, confermato da una circolare del Dip. funzione pubblica, non riconosce ai pubblici dipendenti l'aliquota aggiuntiva di retribuzione giornaliera. una recente sentenza del tribunale di torino (23.1.2004) sostiene invece la tesi contraria, così come recenti sentenze della cass. (n. 6747 del 10.5.2002, n.10309 del 16.7.2002) riconoscono il compenso aggiuntivo ai lavoratori di cui all'art. 2095 c.c., senza alcuna distinzione. a questo punto mi sorge il dubbio: noi enti pubblici come dobbiamo comportarci? dobbiamo considerare il parere dell'avvocatura dello stato superato dalle più recenti pronunce giurisprudenziali? ringrazio anticipatamente per la risposta cordiali saluti

    La questione riveste portata generale nel settore del lavoro pubblico e la relativa soluzione resta affidata ai soggetti istituzionali competenti al riguardo. Per quanto attiene al quesito, non si ritiene vi siano ragioni sufficienti per considerare superato il parere dell’Avvocatura Generale dello Stato e del Dipartimento della Funzione Pubblica da voi citati, anche perché le sentenze della Corte di Cassazione 6747/2002 e 10309/2002 si riferiscono in via esclusiva al settore privato.

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  • Chiedo informazioni sul trattamento econ...
    Liliana Guarino | [email protected]
    Chiedo informazioni sul trattamento economico che attiene le lavoratrici che beneficiano di permessi per malattia del figlio nei primi tre anni di età.In particolare se vengono effettuate trattenute sulla tredicesima mensilità nei primi trenta giorni interamente retribuiti come prevede il contrattodi lavoro ovvero riduzioni di ferie e quant'altro

    L’art.48, comma 1, del D.Lgs.151/2001 stabilisce espressamente che i periodi di congedo per malattia del figlio, che non sono retribuiti, sono computati nell’anzianità di servizio esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia. Rispetto alle previsioni di legge, l’art.17, comma 6 del CCNL del 14.9.2000, rinviando espressamente al comma 5 dello stesso articolo, che disciplina il trattamento economico del congedo parentale, ha previsto un trattamento di miglior favore sia per quanto riguarda il trattamento economico dell’assenza (interamente retribuita fino a un massimo di trenta giorni all’anno complessivi per entrambi i genitori fino al compimento del terzo anno di vita del bambino), sia per quanto riguarda le ferie (al pari del congedo parentale, i trenta giorni all’anno di congedo per malattia del figlio di cui all’art.17, comma 6 del CCNL del 14.9.2000 sono utili anche ai fini della maturazione delle ferie). Il CCNL non ha previsto, però, alcun trattamento di miglior favore per quanto riguarda la tredicesima mensilità, con la conseguenza che i trenta giorni all’anno di congedo per malattia del figlio di cui all’art.17, comma 6 del CCNL del 14.9.2000 sono computati nell’anzianità di servizio esclusi gli effetti relativi tredicesima mensilità; in assenza di una espressa deroga del CCNL deve infatti applicarsi la disciplina di legge. Il punto è stato espressamente chiarito anche dall’Aran con riferimento alla disciplina del congedo parentale che, in virtù dell’espresso rinvio contenuto nel citato art.17, comma 6, si applica anche ai congedi per malattia del figlio (v. risposta F29 sul sito dell’Agenzia). 6. Successivamente al periodo di astensione di cui al comma 4 e fino al terzo anno, nei casi previsti dall'art.7, comma 4, della legge n.1204/1971, alle lavoratrici madri ed ai lavoratori padri sono riconosciuti trenta giorni per ciascun anno, computati complessivamente per entrambi i genitori, di assenza retribuita secondo le modalità di cui al precedente comma 5.

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  • Dirigenti camerali designati dalla CCIAA...
    maria di paolo | [email protected]
    Dirigenti camerali designati dalla CCIAA nel consiglio di amministrazione di una società per azioni della quale la stessa CCIAA è socio di maggioranza: i compensi previsti per l’incarico di consigliere, che la s.p.a. ha versato alla CCIAA in applicazione dell’art.24 del D.Lgs.165/2001, devono essere attribuiti ai dirigenti interessati secondo la disciplina dell’art.32 del CCNL del 23.1.21999 anche se la CCIA non ha ancora adeguato il proprio ordinamento ai principi codificati nel citato art.24del D.Lgs.165/2001 ? Se sì, devono essere destinati alla retribuzione di posizione o a quella di risultato ?

    L’art.24 del D.Lgs.165/2001 stabilisce che il trattamento economico definito dai contratti collettivi nazionali di lavoro “…remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti, nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall'amministrazione presso cui prestano servizio o su designazione della stessa; i compensi dovuti dai terzi sono corrisposti direttamente alla medesima amministrazione e confluiscono nelle risorse destinate al trattamento economico accessorio della dirigenza” (cosiddetta onnicomprensività del trattamento economico). In base a tale disposizione, che, ai sensi dell’art.27 del D.Lgs.165/2001, costituisce principio generale, il CCNL per l’area della dirigenza sottoscritto il 23.12.1999 ha stabilito (art.32) che le somme acquisite dagli enti a seguito dell'adeguamento dei rispettivi ordinamenti al principio di onnicomprensività del trattamento economico dei dirigenti integrano le risorse destinate al finanziamento della retribuzione di posizione e di risultato secondo la disciplina dell'art.26 del medesimo CCNL e sono utilizzate per: a) determinare i valori economici delle funzioni dirigenziali nei limiti in cui si tratti di compensi aventi carattere di stabilità e continuità; b) incrementare la retribuzione di risultato dei dirigenti che abbiano contribuito alla loro acquisizione, quando si tratti di compensi aventi carattere episodico. I principi codificati nell’art.24, comma 3, del D.Lgs.165/2001 sono inderogabili; ne consegue che codesta amministrazione, anche e soprattutto nel proprio interesse, avrebbe dovuto adeguare tempestivamente il proprio ordinamento alla nuova disciplina; tuttavia, non essendo applicabili al caso disposizioni in contrasto con tali principi che, proprio perché inderogabili, rendono inapplicabili tutte le disposizioni contrarie, e non essendo pensabile che i dirigenti interessati, designati dalla CCIAA consiglieri di amministrazione in una s.p.a. della quale la stessa CCIAA è socio di maggioranza, possano subire un pregiudizio per un ritardo dell’ente, siamo del parere che la soluzione migliore sia quella di dare comunque immediata applicazione al citato art.32 del CCNL del 23.12.1999. Quanto al problema di come utilizzare le somme versate dalla s.p.a., dalla vostra nota sembra si tratti di compensi aventi carattere episodico (e non carattere di continuità e stabilità) corrisposti alla scadenza di un mandato che è per sua natura temporaneo e senza garanzia di rinnovo; pertanto, siamo del parere che il relativo importo debba essere utilizzato per incrementare la retribuzione di risultato dei dirigenti interessati ai sensi dell’art.32, comma 2 lettera b) del CCNL del 23.12.1999. E’ comunque necessario un previo momento di confronto con le OO.SS. ai sensi dell’art.4, comma 1 lettera g) del CCNL del 23.12.1999. Per quanto riguarda, infine, il problema degli oneri riflessi, siamo del parere che la somma versata dalla s.p.a deve considerarsi lorda: essa comprende, cioè, anche tutti gli oneri riflessi. La tesi opposta provocherebbe, infatti, un consistente ed ingiustificato aggravio degli oneri a carico del bilancio dell’ente e per tale ragione, in casi analoghi, è sempre stata ritenuta non sostenibile (si veda, ad esempio, la risposta V6.21 sul sito www.aranagenzia.it relativa alle risorse ex L.109/1994).

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  • Personale inquadrato con decorrenza retr...
    n.d. | n.d.
    Personale inquadrato con decorrenza retroattiva ai sensi della l. n° 644/94; pagamento somme arretrate; spettano ed in che misura - rivalutazione ed interessi su tali somme?

    Attraverso il riferimento all'art. 36 Cost., agli emolumenti in questione, aventi appunto natura di crediti di lavoro, si applica il principio del cumulo tra interessi e rivalutazione previsto, per tali crediti, dall'art. 429, comma 3, cod. proc. civ., e quindi sono da considerare anch'essi inclusi nel campo di applicazione del decreto n° 352/98; Ai fini del computo degli elementi accessori in questione (interessi e rivalutazione), occorre anzitutto individuare se la data di maturazione del diritto alla percezione del credito principale (somme arretrate, nell'importo riconosciuto dall'ente per effetto dell'inquadramento retroattivo disposto dalla legge di cui sopra) si colloca prima o dopo il 31 dicembre 1994. Questo perché i crediti di lavoro (e gli altri che ne seguono la disciplina) maturati successivamente a tale data soggiacciono ad un regime diverso da quello del cumulo dei suddetti elementi accessori, cumulo che invece opera, appunto, fino alla data medesima; ed è questa la conclusione che si ritiene di poter sostenere anche in presenza della disposizione contenuta nell'art. 2, comma 4, del decreto 352 (che invece ammetterebbe, per i crediti maturati prima del 1° gennaio 1995, la corresponsione dei soli interessi legali nella misura del 10%), in quanto tale disposizione è stata riconosciuta illegittima e, quindi, annullata dal T.A.R. Lazio, sez. III^, con sentenza n° 3007 del 7 ottobre 1999 (ed all'esecutività propria di tale decisione la Camera deve, naturalmente, soggiacere in questa fase, nella quale sta prendendo in esame le istanze dei propri ex-dipendenti). Ciò premesso, il conforto della giurisprudenza maturata sullo specifico tema (reinquadramento con decorrenza retroattiva ex lege, in conformità a quanto avvenuto per il personale delle Amministrazioni statali con la l. n° 312/80) porta a concludere nel senso del verificarsi del momento genetico del diritto alla percezione della somma, costituente il credito principale (l'importo liquidato a titolo di arretrati), anteriormente alla suddetta data del 31 dicembre 1994; questo sia che si segua l'orientamento che individua il dies a quo nella data di adozione del provvedimento amministrativo che attua discrezionalmente il precetto legislativo (T.A.R. Puglia, sez. I^, n° 283/94, anche se con riferimento alla l. 312 di cui sopra), sia che si aderisca all'indirizzo che, con riguardo più direttamente alle Camere di commercio, afferma la coincidenza del dies con la data di entrata in vigore della legge n° 644/94, di conversione de d.l. n° 547/94 (T.A.R. Abruzzo sez. Pescara, n° 647 del 20 novembre 1997); nel primo caso, infatti, l'insorgenza del diritto di credito può farsi risalire al 19.12.1994, nel secondo all'8.12.1994 (vacatio legis dalla pubblicazione in G.U.). Se, dunque, l'atteggiarsi della fattispecie porta a concludere alla luce della ricostruzione del quadro normativo nel senso della spettanza di interessi e rivalutazione monetaria, le modalità di calcolo delle somme spettanti a tale titolo dovranno essere determinate tenendo conto dei criteri definiti dalla giurisprudenza più recente (cfr. Cass., SS.UU., sentenza n° 38 del 29 gennaio 2001, la quale statuisce che gli interessi legali non debbono essere calcolati sul capitale rivalutato da ultimo, ma la rivalutazione va compiuta con scadenza periodica dal momento dell'inadempimento fino a quello del soddisfacimento del creditore, di modo che la base di calcolo degli interessi non è quella massima, bensì quella gradualmente incrementata; per una conclusione in parte diversa, con riguardo a controversia di pubblico impiego, si veda anche Cons. Stato, Ad. Plen. n° 3/98, peraltro esaminata dubitativamente dalla decisione della Cassazione appena indicata). Se, dunque, quelli finora esposti risultano essere ad avviso di quest'Ufficio gli elementi mediante i quali compiere le valutazioni richieste per decidere sul caso di specie, non può farsi a meno di rilevare che costituisce preciso obbligo dell'Amministrazione, legislativamente sanzionato, quello di opporre (ove verificatasi) la prescrizione dei crediti di lavoro vantati dai propri dipendenti; e, poiché in materia vige il generale termine quinquennale per azionare le pretese creditorie (se non si vuole far richiamo all.art. 2948, punto 5, cod. civ., si veda comunque Cons. Stato, sez. V^, n° 852/97 e sez. VI^, n° 1002/99), occorre stabilire se detto termine sia decorso nella presente vicenda.

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  • Quali sono le modalità applicative dell'...
    n.d. | n.d.
    Quali sono le modalità applicative dell'art. 2, comma 2, l. n° 336/70, a seguito del nuovo sistema di classificazione del personale?

    In proposito non si può che confermare quanto già precisato dall'Aran con riguardo all'art. 22 del CCNL del 5.10.2001, che ha, di fatto, contrattualizzato i benefici economici previsti dalla legge del 70, ad evitarne l'automatica caducazione per effetto dell'avvenuta sottoscrizione del secondo CCNL. La posizione dell'Agenzia, com'è noto, è nel senso della limitazione degli effetti del beneficio contemplato in detta legge a quelli di ordine economico (maggiorazione della retribuzione individuale di anzianità, secondo determinate misure), con esclusione di qualunque avanzamento sia pure ad esclusivi fini pensionistici e previdenziali del proprio trattamento economico in misura corrispondente al grado o qualifica superiore a quella posseduta dal dipendente all'atto della cessazione dal servizio. Tale indicazione, peraltro, è pienamente in linea con quanto a suo tempo affermato dall'Adunanza plenaria delle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato, con la decisione n° 34 del 1° dicembre 1995. Nel risolvere nella sede a ciò deputata - il contrasto giurisprudenziale maturato al riguardo, i giudici amministrativi hanno, infatti, ritenuto che l'attribuzione del livello superiore non possa essere applicato nell'ordinamento del personale basato sulle qualifiche funzionali, anziché sulle carriere. Caratteristica di queste ultime era rappresentata, infatti, dalla circostanza che l'accesso alla qualifica iniziale di ciascuna di esse avveniva per pubblico concorso mentre poi, all'interno di ciascuna carriera, il dipendente transitava dalle qualifiche inferiori a quelle superiori in modi diversi dal suddetto concorso (scrutinio per merito comparativo, anzianità senza demerito, etc.), il quale ultimo rappresentava, invece, la vera e propria cesura, per così dire, tra una carriera e l'altra. Nel sistema delle qualifiche funzionali, invece, tale procedura concorsuale pubblica costituiva il sistema esclusivo (salvo deroghe, normativamente previste) per il passaggio dall'una all'altra di esse. Nell'equiparare alla cesura tra carriere il rapporto esistente tra ciascuna delle qualifiche funzionali, l'Adunanza plenaria ha tratto la conclusione dell'inapplicabilità dell'art. 2, comma 2, l. 336 cit. nel vigore delle qualifiche funzionali (ed una tale preclusione si ritiene debba confermarsi, nel solco delle opinioni espresse come detto - dall'Aran in risposta ad analoghi quesiti, considerati i meccanismi ora vigenti di progressione verticale tra categorie stabiliti dall'art. 4 CCNL 31.3.99). Quanto appena esposto si ritiene possa tornare utile anche per sottolineare la diversità dell'espressione qualifica superiore utilizzato dalla l. n° 140/99 nel vigore delle qualifiche funzionali (o comunque sul loro presupposto, visto che il CCNL che ha introdotto le categorie era di troppo recente sottoscrizione), da quella analoga presente nella legge del 70 promulgata nel vigore dell'ordinamento per carriere e, di conseguenza, la non utilizzabilità delle conclusioni interpretative maturate con riguardo alla prima per delimitare l'ambito di applicazione della seconda di dette espressioni.

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